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Meditazione dell'Arcivescovo Pizzaballa: XX Domenica del Tempo Ordinario, anno A

16 agosto 2020 

XX Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Abbiamo visto tempo fa la fame di una folla numerosa (Mt 14,13-21), che Gesù aveva saziato distribuendo a tutti pochi pani e pochi pesci; e di ciò che era stato distribuito ne era avanzato al punto da riempire dodici ceste. Anche oggi (Mt 15,21-28) vediamo una persona affamata, una donna cananea che si avvicina a Gesù in territorio pagano. 

L’evangelista Matteo sottolinea con alcune ripetizioni – a dirne tutta l’importanza - che l’episodio si svolge fuori dai confini d’Israele: Gesù parte e si dirige verso la zona di Tiro e Sidone e una donna, che veniva da quella regione, si rivolge a Lui (Mt 15,21-22). 

Marco (Mc 7,26) la definisce “di origine sirofenicia”, mentre Matteo utilizza il termine cananea che, nella storia biblica, era valso per designare i nemici storici del popolo, gli estranei per eccellenza. 

Ebbene, questa donna straniera si avvicina a Gesù con una supplica tanto precisa quanto impellente: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”, e utilizza, rivolgendosi a Lui, un titolo messianico che è unicamente ebraico. 

Questa donna, cioè, entra nella vita di Gesù in modo deciso, abbattendo da subito delle frontiere storiche e ben consolidate, entrando di fatto in uno spazio che di per sé le sarebbe precluso, vietato. 

Ma Gesù, inizialmente, rialza le barriere e mette ordine nei confini. 

Nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci erano stati i discepoli, in un primo momento, a voler congedare la folla, tanto il suo bisogno sembrava eccessivo agli occhi dei discepoli così poco provvisti di mezzi. E il verbo da loro utilizzato per dire questo congedo (Mt, 14,15) è lo stesso che Matteo usa per dire il ripudio che un uomo mette in atto nei confronti della moglie (Mt 5,31). 

Come a dire che, nel caso in cui Gesù avesse seguito il loro consiglio e li avesse congedati, in realtà è come se avesse in qualche modo favorito, o addirittura causato, l’interrompersi di un matrimonio, la rottura dell’alleanza. 

Ma Gesù è venuto non per interrompere le nozze, quanto per compierle: è Lui lo sposo. 

Oggi, la scena si pone in una prospettiva diversa. 

è Gesù questa volta a tirarsi indietro, a ridefinire il raggio della propria azione solo entro i confini del suo popolo, a ridefinire la lista degli invitati a nozze, dalla quale qualcuno rimane fuori. 

Di fronte a Lui, però, c’è una donna decisa ad entrare, in qualsiasi modo, al banchetto nuziale, convinta che a questo banchetto c’è pane per tutti, anche per lei. 

Chiede che Gesù entri nella sua vita, in quella di sua figlia malata, e faccia ciò che è venuto a fare, per tutti: che porti vita e salvezza. 

E Gesù si mette in gioco. 

Potremmo dire che è lui, questa volta, a dover fare una traversata, un passaggio, un’apertura. 

E lo fa semplicemente ascoltando il linguaggio universale del dolore, quello vero che rende audaci. 

Lo fa guardando meglio, e vedendo nel cuore di questa donna quella fede grande (Mt 15,28) che spesso invano ha cercato entro i confini di Israele, anche nei luoghi dove ha compiuto la maggior parte dei suoi miracoli. 

Di fronte a questa fede Gesù è disarmato. 

E se, come abbiamo detto, il Regno accade quando siamo capaci di scorgere il bene nascosto come un tesoro dentro il terreno della storia, oggi è Gesù che fa questa scoperta. Scopre che il tesoro della fede è nascosto anche fuori dai confini d’Israele, e lo trova. 

+Pierbattista