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Meditazione dell'Arcivescovo Pizzaballa: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A

15 ottobre 2017 

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Anche il Vangelo di oggi ci propone una parabola. Siamo al capitolo 22 di Matteo, al cuore del difficile dialogo tra Gesù e i capi dei farisei. E questa è l’ultima parabola che Gesù indirizza a loro. 

Iniziamo da alcuni elementi comuni, che collegano la parabola di oggi con quelle lette nelle scorse domeniche. 

Anche qui, come nelle precedenti, al centro c’è un invito: il verbo “chiamare” – e i suoi derivati – nel nostro brano ricorre almeno 6 volte. 

Possiamo dire che il regno di Dio è innanzitutto una chiamata, un invito gratuito a partecipare alla vita di un altro: a lavorare nella sua vigna, a partecipare al suo banchetto di nozze. Ma lì dove tutto potrebbe svolgersi nella maniera più semplice e scontata – ovvero che l’invito viene accolto – può accadere qualcosa che rende problematica la risposta e l’incontro: in ogni parabola è presentata anche la possibilità che qualcosa non funzioni. 

Nella parabola del padrone che chiama ad ogni ora (Mt 20,1-16), succede che i primi non capiscono la logica del padrone, e mormorano e se ne vanno via scontenti; nella parabola dei due figli (Mt 21,28-32) uno dice di sì, ma non ci va; e nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46), ancor peggio, gli inviati vengono tutti maltrattati, e il figlio ucciso. Lì dove c’è un invito gratuito, c’è anche la possibilità di un rifiuto. 

Anche oggi accade qualcosa di analogo, e questo rifiuto accade come in due tempi, in due modi diversi. 

C’è un primo rifiuto che è quello dei primi invitati: potremmo chiamarli gli invitati della prima ora. Ebbene, stranamente questi invitati rifiutano l’invito, nonostante il padrone insista e mandi più volte i suoi messaggeri (Mt 22,3.4), così come più volte il padrone era uscito a chiamare operai per la sua vigna. 

Il Vangelo parla di tre tipi di rifiuto. Alcuni, semplicemente, “non volevano venire” (Mt 22,3); altri “non se ne curarono” (Mt 22, 5) e se ne andarono alle loro cose. Altri, infine, reagirono con violenza (Mt 22,6). 

Tutto può sembrare strano, tanto più che l’invito è un invito ad un banchetto di nozze, ovvero ad una festa: ci parrebbe logico se fossero stati chiamati ad un impegno gravoso, ma perché rifiutare l’invito ad un banchetto? Non è così strano come sembra: l’invito gratuito ad una relazione di fiducia e di amore, in cui tutto è gratuitamente offerto e va solo accolto, può risultare più difficile di un qualsiasi altro impegno gravoso. La gratuità presuppone anche una responsabilità, una risposta altrettanto gratuita e perciò anche impegnativa. E perciò non è così strano che si preferisca andare ai propri affari, o non curarsene affatto, o anche eliminare i latori di un così semplice invito… 

Il padrone dirà che questi invitati non erano degni (Mt 22,8): cosa significa? Cosa vuol dire esserne degni? 

La risposta ci viene dal passaggio successivo della parabola, in cui vediamo che il re non si scoraggia e allarga l’invito a tutti, buoni e cattivi (Mt 22,10). Quindi non bisogna essere buoni, per poter entrare: basta, invece, accogliere l’invito. 

Ma anche qui c’è una sorpresa: il re entra nella sala e vede un uomo (buono o cattivo, non importa) non rivestito dell’abito nuziale, e lo fa cacciar fuori (Mt 22,11-13). Perché? Cosa significa? Significa, forse, che non si può entrare in questa festa e rimanere uguali a come si era prima, come se nulla fosse accaduto; chi non coglie la gratuità di questo invito immeritato, chi non si “adegua” con la vita, in realtà è uguale a chi rifiuta l’invito. 

Puoi anche entrare al banchetto, ma se questo non ti porta a cambiare vita, a vivere come un invitato a nozze, è come se tu rimanessi fuori. Non ti viene chiesto di essere buono, per poter entrare: entrano tutti! 

Ma ti viene chiesto che, siccome sei entrato gratuitamente, gratuitamente amato e perdonato, questa stessa logica di perdono e di gratuità animi la tua vita, d’ora in poi, sempre di più. 

Per entrare nel Regno non esiste dunque più la distinzione buoni/cattivi: tutti sono ammessi e per tutti c’è posto. Ma questo non significa che una distinzione non ci sia. 

Utilizzando un linguaggio tipico del Vangelo di Matteo, potremmo dire che degni non sono tanto i buoni, quanto i piccoli, ai quali è rivelato il Regno (Mt 11,25-26); ai grandi, ai sapienti, a chi conta innanzitutto sulle proprie forze, l’accesso al Regno è negato, perché la logica del Vangelo è un’altra. 

Il Vangelo di oggi termina con una sentenza apparentemente difficile: “molti sono chiamati, pochi eletti” (Mt 22,14). Nella lingua originale c’è come un gioco di parole tra questi due termini, chiamati ed eletti, e c’è pochissima differenza tra l’uno e l’altro. 

Anche nella realtà c’è la stessa pochissima differenza: perché la chiamata è per tutti, mentre gli eletti sono coloro che accolgono il dono, e lasciano che questo dono trasformi la loro vita; e sono i piccoli. 

+Pierbattista