8 ottobre 2017
XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno A
Per la terza domenica di seguito, il Vangelo ci presenta una parabola legata alla vigna: è la cosiddetta parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46), che in Matteo segue direttamente quella dei due figli (Mt 21,28-32), letta domenica scorsa.
Dunque un uomo ha una vigna, di cui ha molta cura. La dà in affitto a dei vignaioli, perché vi lavorino, vi raccolgano il frutto a tempo opportuno, e poi lo riconsegnino al padrone. Succede però che i vignaioli non solo si rifiutano di dare il raccolto, ma addirittura trattano con violenza i servi, inviati dal padrone a ritirare ciò che gli spetta: uno viene bastonato, uno lapidato, uno ucciso.
Il padrone però non si scoraggia e non cessa di aver fiducia nei vignaioli: e, in un modo che a noi sembra anche assurdamente ingenuo, manda suo figlio, pensando che, trattandosi del proprio figlio, i vignaioli avranno infine rispetto.
Ma non è così.
La presenza del figlio, al contrario, svela finalmente ciò che abita nel loro intimo: vi abita la pretesa di entrare in possesso di quella vigna di cui sono solo usufruttuari.
E pensano di raggiungere questo obbiettivo eliminando l’erede legittimo.
Cosa significa tutto questo? Qual è il problema dei vignaioli? “Solo” l’avidità, la cupidigia? Il problema non è solo questo, ma – come nelle altre due parabole della vigna – il problema è la relazione con il padrone della vigna.
La pretesa dei vignaioli è quella di entrare in possesso della vigna senza rimanere in relazione con il padrone, di poter essere eredi senza essere anche – e prima – figli. Rifiutando gli inviati, i vignaioli rifiutano in realtà il padrone, e rifiutano di considerarsi dentro un legame secondo il quale tutto ciò che è loro in realtà è loro donato. Si sentono loro i padroni della vigna, non c’è dono e non c’è nessun altro all’infuori di loro stessi.
Se guardiamo bene, è la stessa situazione della prima delle ‘parabole della vigna’, quella del padrone che chiama ad ore diverse, e a tutti dà la stessa paga (Mt 20,1-16). Lo fa perché tutti ugualmente sappiano che nel Regno la logica che anima le relazioni è una logica di gratuità e di dono, non di merito e di competizione. Solo se si entra in quest’ottica di dono la vita può davvero appartenerci.
In più, rispetto alla prima parabola, qui c’è anche violenza. Nella prima parabola menzionata c’era solo la mormorazione, mentre qui c’è il suo esito naturale, ovvero la violenza compiuta. Ciò non deve stupire: chi va a lavorare nella vigna senza lasciare che la logica di gratuità del padrone trasformi il proprio cuore, rischia di raggiungere questi livelli di prepotenza. I servi della prima parabola sono rimasti tali, e continuano con presunzione a pensare di potersi guadagnare la vita, di potersi bastare con il proprio lavoro. Pensano ancora di essere migliori degli altri.
Una logica così ha come conseguenza inevitabile che, e siamo alla parabola di oggi, a forza di credere di essersi guadagnati la vita, si presume anche di essersi meritati la vigna e non si ha più bisogno di accoglierla. Per cui si può – e si deve – eliminare chi vuole che tu l’abbia come dono.
Per cui, forse, ogni avidità non è altro se non il sintomo di una mancata relazione con chi dona la vita gratuitamente.
Ma questo è un grande inganno, perché nella logica del Regno tutto è nostro proprio nella misura siamo figli: proprio “se siamo figli, siamo anche eredi” (cfr. Rom 8,17); se rimaniamo in relazione con il Padre, tutto ci sarà dato in più, e gratuitamente (cfr. Mt 6,33).
Questa parabola rimanda al capitolo 5 di Isaia (Is 5,1-7), dove il profeta racconta con una parabola la storia della difficile relazione tra Dio e Israele. E Israele è paragonata ad una vigna.
La conclusione del racconto di Isaia e severa: “Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.” (Is 5,5-6).
Il vangelo, invece, riserva una finale diversa: il rifiuto dei vignaioli non solo non impedisce al Signore di portare avanti il suo progetto d’alleanza con l’uomo, ma anzi diventa l’occasione per manifestare il suo eccesso di amore e di dono. Il rifiuto dell’uomo diventa lo spazio dove si esprime tutta la creatività di Dio.
E questo conferma la logica paradossale nascosta anche nelle altre due parabole della vigna, quella per cui gli ultimi diventano primi: i pagani “passano avanti” (Mt 21,31) senza alcun merito.
+Pierbattista
