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Convegno promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi

I cristiani, forza mite
nel tempo della potenza e delle armi

Cardinale Pierbattista Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini

Convegno promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi
Roma, 15 settembre 2026

 

Ringrazio il Dicastero per questo invito, che mi permette di condividere con voi una riflessione nata anzitutto dalla vita della Chiesa di Gerusalemme. Il titolo che mi è stato affidato pone una domanda che in Terra Santa avvertiamo ogni giorno: quale forza può avere la presenza cristiana dove le armi sembrano decidere il destino delle persone? Che cosa significa essere miti quando la violenza entra nelle case, interrompe la vita delle famiglie e arriva a occupare anche i pensieri?

Porto qui questa domanda insieme al volto delle nostre comunità. Sono comunità piccole, appartenenti a popoli e contesti diversi, attraversate dalle stesse paure dei loro vicini. La fede non le colloca al riparo dalla storia. I cristiani di Gaza hanno conosciuto la devastazione e la fame; quelli della Cisgiordania le chiusure, la precarietà, la fatica di immaginare un futuro. I cristiani che vivono in Israele condividono le tensioni di una società profondamente ferita. Tutti devono fare i conti con un dolore che modifica le relazioni e rende difficile fidarsi.

Vorrei soffermarmi brevemente sulla realtà di queste comunità. La nostra diocesi comprende Israele, Palestina, Giordania e Cipro: territori vicini, nei quali la vita dei fedeli si svolge in condizioni molto diverse. Alla componente maggioritaria di lingua araba si affiancano le comunità cattoliche di espressione ebraica e quelle dei migranti, provenienti soprattutto dall’Asia. Appartenere alla stessa Chiesa, dentro questa varietà di lingue, di storie e di sensibilità, richiede un ascolto paziente e diversificato. Solo per dare un’idea della complessità della vita cristiana in Terra Santa e in particolare della nostra Chiesa, pochi sanno che durante la guerra a Gaza – e penso anche ora – la nostra stessa chiesa aveva a Gaza fedeli che prestano servizio come soldati israeliani, e fedeli sotto il loro fuoco. Morti tra gli uni e gli altri. Entrambi in attesa di avere dal loro pastore una indicazione e un orientamento pastorale. Anche tra noi la comunione, quindi, ha bisogno di essere curata e custodita, soprattutto quando ciò che accade rende più difficile comprendere il dolore degli altri.

A Gaza, la parrocchia della Sacra Famiglia e la comunità greco-ortodossa di San Porfirio sono diventate un rifugio per chi aveva perduto la propria casa. La vita delle comunità si è concentrata attorno alle necessità più elementari: trovare acqua, condividere il cibo, procurare medicine, assistere gli anziani e i bambini. Nelle visite ho incontrato persone profondamente provate, ma ancora capaci di occuparsi degli altri: madri che cucinavano anche per altre famiglie, persone impegnate nella cura dei malati, con una premura che colpiva. La sofferenza è ancora grande. Il cessate-il-fuoco non ha segnato l’inizio della ricostruzione. Le scuole sono ancora in gran parte chiuse, lasciando centinaia di migliaia di bambini senza scuola per il terzo anno consecutivo; gli ospedali malfunzionanti, mentre la popolazione vive in una porzione molto ridotta del territorio originario, in situazione di estrema precarietà, senza servizi essenziali come acqua, elettricità e assistenza medica.

Ma ho anche incontrato realtà piene di vita. Nell’ultima mia visita, nonostante qualche perplessità iniziale, ho accettato di incontrare i giovani dell’università locale. Erano circa seicento studenti tutti musulmani. Nel dibattito, mi attendevo domande di carattere politico, legate alla guerra, alla drammatica situazione nella quale vivono. Quasi tutti hanno perso casa e persone care. Invece le domande erano tutte sulla vita, sulla fede, sul cristianesimo. Quando dissi che il Cristianesimo rifiuta la violenza, in qualsiasi forma e da qualunque parte venga, si sono alzati per applaudire e confermare che anche loro sono stanchi di violenza e non vogliono più vivere in quel sistema. Detto da chi ha perso tutto, e che vive in condizioni non dignitose e di estrema precarietà, non è scontato. Gaza è anche questo. In mezzo alle macerie e alla paura, continua ad emergere una domanda di vita che nessuna guerra riesce a cancellare. È forse da qui che desidero partire: non dalla forza delle armi, ma dalla sorprendente ostinazione dell’uomo a cercare ancora una parola di senso, di fede e di futuro.

Anche in Cisgiordania le nostre comunità attraversano una prova profonda. A Betlemme, la prolungata assenza dei pellegrini durante la guerra ha privato molte famiglie del lavoro. Alle difficoltà economiche si aggiungono le restrizioni agli spostamenti, gli ostacoli nell’accesso ai terreni agricoli, gli episodi di intimidazione e di violenza che hanno colpito anche comunità cristiane, come Taybeh, Aboud e molte altre. Tutto questo pesa sulla vita quotidiana e sulla fiducia nel domani. Per molte famiglie diventa difficile fare progetti, avviare un’attività, immaginare che i propri figli possano costruire il loro futuro nella terra in cui sono nati. Mi fermo qui con la cronaca. Non penso di essere stato chiamato qui per fare la cronaca della situazione, che ormai tutti conoscono attraverso i media.

Come Chiesa, siamo chiamati ad accompagnare questa fatica con una presenza concreta: sostenere le scuole, aiutare chi ha perduto il lavoro, tenere unite le comunità, ascoltare chi si domanda se partire.

In questo contesto, anche le parole della fede vengono messe alla prova. Pace, perdono, speranza: parole che conosciamo bene, che pronunciamo nelle nostre liturgie, e che davanti a una persona colpita negli affetti più cari possono sembrare lontanissime. Chi le pronuncia deve accettare di esserne interrogato. Deve chiedersi quale esperienza le sostiene e quale responsabilità è disposto ad assumere perché non rimangano vuote.

In un convegno dedicato ai nuovi martiri, vorrei però soffermarmi soprattutto sul terreno nel quale il martirio nasce. Il martirio non nasce nell’ora estrema. Nasce nella fedeltà quotidiana di chi continua a credere, a servire e a sperare quando tutto sembra negare la possibilità della speranza.

E vorrei lasciarmi accompagnare da alcune riflessioni che ho raccolto nella lettera pastorale «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». La domanda che attraversa quel testo è anche la domanda di oggi: come abitare da cristiani il conflitto, senza lasciare che il conflitto diventi la misura della nostra fede?

1. La guerra entra anche nel cuore

La prima cosa che la Terra Santa ci insegna è che la guerra continua a operare ben oltre i luoghi nei quali si combatte. Distrugge edifici e infrastrutture, ma raggiunge anche ciò che permette a una società di vivere: la fiducia, il linguaggio, la possibilità di riconoscersi reciprocamente. Si può riaprire una strada, ma continuare a non incontrarsi. Si può ricostruire una casa e restare prigionieri della paura.

Quando ogni persona viene identificata esclusivamente con il gruppo al quale appartiene, il suo volto scompare. Prima ancora di ascoltarla, sappiamo già chi è, che cosa pensa, di che cosa sarebbe responsabile. La sua sofferenza diventa irrilevante, oppure sospetta. Ci accade così che il dolore dei nostri chieda giustamente ascolto, mentre quello degli altri debba continuamente dimostrare di essere vero.

È un processo che coinvolge tutti e dal quale anche noi cristiani dobbiamo guardarci. Viviamo nelle stesse società, ascoltiamo gli stessi racconti, portiamo sofferenze reali. Il battesimo non ci rende automaticamente immuni dal risentimento. Anche noi possiamo diventare duri, desiderare che qualcuno paghi, cercare nel Vangelo soltanto la conferma della nostra indignazione. Per questo la prima responsabilità cristiana comprende un serio discernimento su ciò che sta accadendo dentro di noi.

Questo discernimento esige verità. Riconoscere l’umanità di tutti comporta anche distinguere situazioni e responsabilità. La dignità delle persone è uguale; le responsabilità sono differenti e devono essere riconosciute per quello che sono. Confondere questi due piani finisce per fare torto alle vittime e alla possibilità stessa della riconciliazione.

La sofferenza delle popolazioni in circostanze così drammatiche come quelle avvenute e ancora in corso in Terra Santa interpella la nostra coscienza e chiede vicinanza e responsabilità. Il dolore vissuto merita ascolto e rispetto, insieme all’impegno a evitare nuove sofferenze. Il desiderio di sicurezza di un popolo e l’aspirazione alla libertà di un altro hanno bisogno di trovare spazio in un comune orizzonte di dignità e di pace. Quando l’esistenza di uno diventa incompatibile con l’esistenza dell’altro, siamo già dentro una logica senza futuro.

Dico questo da pastore. La cura delle persone obbliga a nominare ciò che ferisce la loro dignità. Una parola religiosa che sorvolasse su queste realtà perderebbe il contatto con la carne di coloro ai quali è rivolta. Ma la stessa responsabilità pastorale chiede di custodire, anche nella denuncia più necessaria, uno spazio per la riconciliazione e per il futuro.

Qui si apre il primo significato della mitezza. Essa custodisce la libertà del nostro cuore mentre affrontiamo il male.

Ci permette di opporci all’ingiustizia senza consegnare all’ingiustizia anche il nostro modo di vedere l’uomo. È una libertà difficile, che talvolta va domandata ogni mattina, e che nessuno può presumere di possedere una volta per tutte.

2. La vita delle comunità ci precede

Accanto a questa devastazione, la nostra Chiesa conosce una vita che continua. Penso ai religiosi e alle religiose che, durante la guerra, hanno condiviso la sorte della popolazione, la fame, la paura, i bombardamenti. La loro presenza ha reso percepibile una certezza essenziale: Dio non abbandona il suo popolo. Questa certezza ha preso la forma di persone che pregavano, servivano e rimanevano vicine.

La convivenza nella prova non cancella la stanchezza, le tensioni, i limiti personali. Sarebbe ingiusto trasformare chi soffre in un’immagine edificante, senza contraddizioni. Proprio dentro questa umanità fragile, però, la preghiera comune e la cura reciproca hanno custodito una vita che la violenza cercava di rendere impossibile. Prima di diventare un argomento, la forza mite è stata una forma di presenza.

Lo stesso accade, con modalità diverse, nelle scuole, nelle opere sociali, nelle parrocchie. In questi mesi ho visto insegnanti continuare il loro lavoro in condizioni estremamente difficili, sacerdoti restare accanto alle loro comunità senza sapere che cosa avrebbe portato il giorno successivo, religiose condividere la precarietà delle famiglie che assistevano. Nessuno di loro pensava a compiere qualcosa di straordinario. Cercavano semplicemente di essere fedeli alla propria vocazione. Eppure proprio questa fedeltà quotidiana ha impedito che la guerra avesse l’ultima parola. Mi è capitato spesso di pensare che la Chiesa vive anzitutto grazie a persone come queste: persone che non fanno notizia ma che, con la loro perseveranza, rendono credibile il Vangelo.

Le nostre opere accolgono persone di fedi diverse. Questa dimensione appartiene alla loro ragione d’essere. La persona che ha bisogno ci interpella prima di qualsiasi calcolo sull’appartenenza. Nell’aula di una scuola o accanto al letto di un malato, l’incontro può precedere le spiegazioni e ricostruire una fiducia che i discorsi pubblici hanno consumato. È un lavoro lento, ma lascia nella memoria un’esperienza reale dell’altro.

Occorre comprendere bene anche il significato del rimanere. Come pastore desidero ovviamente che la presenza cristiana continui nella terra delle sue origini, e questo desiderio mi obbliga a lavorare perché quel ‘rimanere’ sia possibile: con una casa, un’educazione, un lavoro, una vita dignitosa. Allo stesso tempo non credo di essere autorizzato a chiedere alle famiglie di ignorare i pericoli, né a giudicare chi cerca altrove protezione per i figli. La fedeltà evangelica va accompagnata nella concretezza delle situazioni e nella libertà delle persone.

Inoltre, i cristiani della Terra Santa appartengono pienamente alle società nelle quali vivono: condividono la lingua, la storia, le ferite e le aspirazioni dei loro popoli. Il loro contributo nasce dall’interno di questa appartenenza. Essere sale e lievito significa portare nella propria società una libertà ricevuta dal Vangelo, capace di amare il proprio popolo e di riconoscere il diritto dell’altro a vivere.

Questa esperienza riguarda la Chiesa intera. Dovunque viviamo, la domanda è quale forma assume la nostra presenza quando le condizioni diventano sfavorevoli. La testimonianza cristiana matura nella disponibilità a generare, favorire e custodire la vita proprio là dove siamo, con le risorse reali che abbiamo, creando occasioni di incontro, riconciliazione, nel superare la tentazione della paura dell’altro. Da questa vita quotidiana possiamo comprendere meglio la parola di Gesù sulla mitezza.

3. Imparare la forza da Gesù

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5). In Terra Santa questa promessa tocca un’esperienza concretissima. La terra è casa, memoria, appartenenza, sostentamento. Ed è anche oggetto di contesa. Ascoltare che sarà ereditata dai miti mette in discussione il criterio con cui siamo abituati a pensare il possesso e il futuro. In questo momento ci governa l’idea che sia la forza e il potere a decidere il futuro di quella Terra, anche se la Bibbia ci ricorda che essa è innanzitutto ‘eredità’. L’idea di eredità rimanda a un dono ricevuto, a una relazione che ci precede e ci affida una responsabilità.

Gesù stesso ci insegna a comprendere questa beatitudine quando dice: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). La mitezza cristiana prende forma nella relazione con lui. Possiamo avere caratteri molto diversi, essere più quieti o più impetuosi; tutti siamo chiamati a lasciarci educare dal suo cuore. Il tratto decisivo è la libertà con cui egli ama, senza piegare l’altro a sé.

Basta seguire Gesù nel Vangelo per vedere quanto questa libertà sia esigente. Egli si avvicina a chi è escluso, espone se stesso alla critica, pronuncia parole che provocano il rifiuto. Sa interrogare chi lo percuote: «Se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). In quella domanda la dignità della vittima e la responsabilità dell’aggressore vengono entrambe alla luce. Gesù chiama l’altro a rispondere del proprio gesto. In Terra Santa, ahimè, siamo ancora molto lontani da questa prospettiva. Dignità e responsabilità stanno in una difficile relazione.

Nel Getsemani, poi, Gesù chiede a Pietro di rimettere la spada nel fodero. Pietro vorrebbe difendere il Maestro con l’arma che ha a disposizione. Il suo gesto ci riguarda: quante volte anche noi immaginiamo che la causa di Dio abbia bisogno degli stessi mezzi con cui si impongono tutte le altre cause! Gesù interrompe quella logica proprio mentre viene arrestato. La sua libertà di Figlio rimane viva anche quando gli viene tolta ogni possibilità di movimento.

La croce porta questa libertà fino al suo compimento. Sarebbe terribile usarla per giustificare la violenza o per imporre rassegnazione a chi la subisce. La croce rivela il male e, nello stesso tempo, l’amore con cui Cristo vi entra per salvarci. Il suo dono è libero. Per questo nessuno può invocarlo per esigere il sacrificio degli altri o sottrarsi al dovere di proteggerli.

La risurrezione manifesta che questo amore ha un futuro che la morte non può chiudere. Il Risorto porta le ferite: quanto è accaduto rimane vero, eppure quelle ferite appartengono ormai a una vita riconciliata. È qui la sorgente della speranza cristiana. Possiamo vivere la storia senza ritenere che la violenza ne abbia già stabilito il significato definitivo.

4. Quando la potenza diventa un assoluto

Possiamo ora allargare lo sguardo. Ciò che vediamo in Terra Santa interroga una mentalità diffusa ben oltre i suoi confini. La potenza promette di mettere al riparo dalla vulnerabilità. Più controllo, più capacità di imporre la propria volontà, più strumenti per prevenire ogni minaccia: il futuro viene pensato come qualcosa da assicurarsi rendendo l’altro incapace di ostacolarci.

La paura che alimenta questa ricerca è spesso reale. Sarebbe superficiale liquidarla. Le persone hanno bisogno di sicurezza, le comunità hanno diritto a vivere senza essere aggredite, chi governa deve proteggere la popolazione. Proprio la serietà di questa responsabilità, però, obbliga a domandarsi quali mezzi proteggano davvero la vita e quale futuro preparino. La forza, quando diventa l’unico linguaggio, impoverisce anche la capacità di immaginare una soluzione.

Si arriva così a una forma di idolatria: chiedere alla potenza una salvezza che essa non può dare. Ci si convince che, una volta eliminati abbastanza ostacoli, la pace arriverà. Ma le persone e i popoli continuano a esistere con le loro memorie, le loro ferite, il loro desiderio di dignità. Nessuna superiorità materiale può dispensarci dal compito di costruire relazioni nelle quali sia possibile vivere insieme.

La fede introduce un limite a ogni pretesa assoluta del potere. Ogni autorità umana deve rispondere del bene delle persone. La sua capacità tecnica di compiere qualcosa non basta a renderlo giusto. E la vita di chi è più debole conserva un valore che precede qualsiasi decisione di chi è più forte. Affermare questo limite è un servizio alla convivenza, perché impedisce che tutto venga consegnato alla misura della potenza disponibile.

Per questo parlare dei cristiani come forza mite impegna anzitutto la nostra conversione. Il modo in cui trattiamo una persona fragile, accogliamo una critica, affrontiamo un conflitto interno rende credibile oppure smentisce il nostro discorso sulla pace. La forma ecclesiale della nostra vita appartiene al contenuto della nostra testimonianza.

La minoranza cristiana in Medio Oriente può conoscere una tentazione particolare: cercare la propria sicurezza nella vicinanza a chi appare più forte. È comprensibile il desiderio di protezione, soprattutto quando si teme per il futuro dei figli. Ma una comunità perde la propria libertà se, per essere tollerata, deve smettere di vedere le sofferenze altrui. La tutela dei cristiani è autentica quando contribuisce a una convivenza nella quale tutti possano vivere con dignità.

Questo vale anche nei contesti dove i cristiani sono numerosi e dispongono di una lunga tradizione pubblica. Il peso sociale comporta responsabilità verso tutti, soprattutto verso chi non ha voce. La nostra presenza diventa evangelicamente feconda quando le persone possono riconoscervi un servizio al bene comune e sperimentare di essere rispettate anche nel dissenso. La mitezza dà così una forma concreta alla forza di cui effettivamente disponiamo.

5. La santità rende visibile questa libertà

Da questa prospettiva possiamo comprendere meglio il rapporto tra santità e martirio.

I santi mostrano che il Vangelo può diventare la forma concreta di un’esistenza. In loro incontriamo persone situate in una storia, con un carattere, limiti e fatiche, che hanno lasciato alla grazia uno spazio sempre più profondo. Attraverso la loro vita diventa visibile ciò che altrimenti rischieremmo di considerare soltanto desiderabile.

La santità nasce dall’appartenenza a Cristo. La forza del santo ha qui la sua origine: egli riceve una libertà che gli permette di spendersi senza dover continuamente assicurare se stesso. Può perdere approvazione, vantaggi, protezioni e restare fedele alla verità riconosciuta. Può anche riconoscere di avere sbagliato, perché la sua identità è custodita dall’amore di Dio e non dall’esigenza di apparire irreprensibile.

È una lezione esigente anche per noi che siamo chiamati a servire la Chiesa. Possiamo appropriarci persino di un’opera buona, di una comunità, di un’intuizione pastorale. Possiamo fare della nostra dedizione una richiesta implicita di riconoscimento. La libertà ci domanda di restituire a Dio ciò che abbiamo ricevuto e di lasciare che il bene continui anche senza portare il nostro nome. C’è una grande mitezza in questo modo di servire.

In questo senso, il martirio non rappresenta un’eccezione rispetto alla vita cristiana, ma la sua espressione più alta. Il martire non nasce improvvisamente nell’ora della prova. Matura nel tempo. Matura quando una persona impara a rinunciare alla vendetta, a custodire la comunione, a perseverare nel bene quando il bene sembra inutile. I nuovi martiri del nostro tempo ci ricordano che il dono supremo della vita è preparato da molti piccoli e spesso invisibili atti di fedeltà. Prima di essere testimoni nell’ora estrema, essi sono stati testimoni nella vita ordinaria.

Penso a S. Stefano. Negli Atti degli Apostoli, la sua testimonianza culmina nella preghiera per coloro che lo uccidono (At 7,60). Il male conserva tutta la sua gravità: egli lo chiama peccato. Eppure, nel momento in cui gli tolgono la vita, la sua relazione con Cristo apre ancora una possibilità di misericordia per i persecutori. La violenza raggiunge il suo corpo senza diventare la legge della sua ultima parola.

Nel martirio cristiano è decisiva questa conformazione a Cristo. Il martire testimonia la fede e la carità fino al dono della vita; non cerca la morte e non nega il valore della vita. La sua testimonianza non autorizza a esporre altri al pericolo. E davanti alle vittime di una guerra dobbiamo custodire insieme il rispetto per ogni morte e il discernimento proprio della Chiesa sul martirio, senza sovrapporre frettolosamente realtà differenti.

L’eroicità cristiana si prepara spesso in una fedeltà poco visibile. Imparare a dominare il desiderio di vendetta, ritornare a un servizio ingrato, accettare una riconciliazione faticosa, custodire la preghiera nell’aridità: sono scelte nelle quali una persona si lascia trasformare. La grazia raggiunge la libertà nel tempo, attraverso la perseveranza. Anche per questo la santità ci interessa come possibilità offerta al popolo di Dio nella sua vita ordinaria.

La Terra Santa rende questa dimensione particolarmente evidente. La sua santità è legata agli eventi della salvezza che vi si sono compiuti. Quei luoghi chiamano continuamente le comunità vive a lasciarsi plasmare dal mistero che custodiscono. Celebrare la Pasqua accanto al sepolcro di Cristo impegna anche a cercare una vita pasquale nei rapporti quotidiani. La memoria dei luoghi attende la risposta delle persone.

6. Verità, perdono e lavoro della pace

A questo punto emerge l’obiezione più difficile: che cosa ottiene tutto questo? Che cosa può fare una persona mite davanti a chi – non solo in Terra Santa – interpreta la sua mitezza come debolezza e continua a colpire? È una domanda seria. Chi vive nella violenza ha il diritto di porla, e noi abbiamo il dovere di ascoltarla fino in fondo.

La risposta comprende anzitutto il compito di fermare il male e proteggere chi lo subisce. La carità esige aiuto concreto, difesa delle persone, accertamento delle responsabilità. Un richiamo spirituale alla pace che lasciasse il debole abbandonato alla prepotenza sarebbe incompleto. La mitezza deve avere mani capaci di soccorrere e una voce capace di denunciare.

Allo stesso tempo, la costruzione della pace chiede un lavoro più profondo della cessazione delle ostilità. Per tornare a vivere insieme occorre ricostruire la fiducia, riconoscere le ferite, rendere possibile una memoria che non imprigioni ogni nuova generazione nelle ostilità della precedente. Gli accordi sono necessari; hanno bisogno di persone e comunità che imparino ad abitarli.

Qui il perdono diventa una questione concreta. Perdonare non significa dimenticare né giustificare il male. Significa aprire una possibilità di vita che il male subito vorrebbe escludere. Il perdono può interrompere la trasmissione dell’odio, mentre la ricerca della giustizia continua a chiedere verità, responsabilità e riparazione.

Dobbiamo pronunciare questa parola con pudore. Il perdono appartiene alla libertà di chi è stato ferito e può richiedere un cammino lungo. Nessuno può stabilirne dall’esterno il calendario, né usarlo per evitare di ascoltare il dolore. Accompagnare una persona può voler dire rimanerle accanto mentre non riesce ancora neppure a immaginare quella possibilità. Anche questa pazienza è parte della testimonianza cristiana.

Gesù ci comanda di amare i nemici. Quando il nemico è una persona concreta, questa parola rivela la sua radicalità. Può cominciare da un passo molto piccolo: rifiutare di gioire per il suo dolore; smettere di attribuire ai suoi figli le sue colpe; custodire nella preghiera una possibilità che ancora non riusciamo a sentire. Il sentimento può rimanere ferito mentre la libertà comincia a orientarsi diversamente.

Questo cammino riguarda anche il dialogo interreligioso. In Terra Santa la guerra ha ferito relazioni costruite con fatica. Molti hanno vissuto parole e silenzi come un abbandono. Per ritrovare fiducia occorre dare spazio a questa verità, ascoltare ciò che l’altro ha sofferto, accettare che alcune domande rimangano aperte. Il dialogo cresce attraverso persone disposte a restare nella relazione quando essa diventa scomoda.

La responsabilità dei credenti è particolarmente grande. Il nome di Dio tocca ciò che le persone hanno di più profondo e può essere piegato a giustificare l’esclusione. Perciò dobbiamo vigilare sul modo in cui parliamo di Dio e dei suoi progetti. La fedeltà religiosa si verifica anche nella disponibilità a riconoscere la dignità di chi crede diversamente. Nessuno può trasformare la propria relazione con il sacro in un permesso di disprezzare l’altro.

Portiamo il dialogo nella vita delle parrocchie, dei quartieri, delle scuole. In questi luoghi si impara a parlare con le persone, ad ascoltare le loro storie e a condividere un compito. La fiducia si forma attraverso esperienze condivise. Una Chiesa mite investe in questo lavoro anche quando esso non produce risultati immediatamente visibili.

La scuola merita, in questo senso, un’attenzione particolare. Lì si trasmettono conoscenze, ma si forma anche il modo in cui una nuova generazione immaginerà l’altro. Un insegnante può aiutare gli alunni a distinguere un fatto dalla sua interpretazione, a riconoscere una generalizzazione ingiusta, a fare spazio a una domanda difficile. È un lavoro discreto sulle radici della convivenza. Senza questo lavoro, anche un bambino che non ha vissuto personalmente una violenza può ereditarne intatto il rancore.

L’educazione cristiana deve saper custodire la memoria della propria comunità e aprirla alla conoscenza delle altre. Questa apertura richiede una maturità che va coltivata. Si possono amare la propria lingua e la propria storia senza fare dell’ignoranza dell’altro una prova di fedeltà. E si può riconoscere una sofferenza diversa dalla propria senza temere di tradire i propri morti. Una memoria capace di questo ascolto prepara una libertà nuova per i figli.

7. Custodire una sorgente e un futuro

Tutto questo domanda energie spirituali che da soli non possiamo garantire. Chi serve in una situazione di conflitto può diventare esausto. Il bisogno sembra inesauribile, le risorse insufficienti, ogni passo avanti esposto a essere cancellato. Anche la generosità può indurirsi, trasformarsi in amarezza verso chi non comprende o non aiuta abbastanza.

Nell’Apocalisse, il riferimento alla Gerusalemme che scende dal cielo precede le indicazioni operative. La città riceve da Dio la propria vita. Anche la Chiesa vive di un dono che deve continuare ad accogliere. La preghiera ci restituisce a questa origine: ci permette di presentare al Signore il dolore, l’ira, la stanchezza, senza dover fingere una serenità che non abbiamo.

Nell’Eucaristia riceviamo il corpo di Cristo donato per noi e siamo chiamati a diventare il suo corpo nella storia. Questa comunione raggiunge il nostro modo di usare il tempo, il denaro, la parola, l’autorità. Ci chiede di rendere partecipe della nostra vita chi rischia di restarne fuori. La forza mite cresce qui, nella disponibilità a lasciarci nutrire e trasformare.

Abbiamo bisogno anche della comunità. Nessuno può portare da solo il peso della testimonianza. Ci sono giorni nei quali la fede di un fratello sostiene la nostra, e altri nei quali siamo noi a sostenere lui. La comunione protegge dalla pretesa di essere indispensabili e dalla solitudine che rende più fragili. Una Chiesa capace di pace deve saper avere cura anche di coloro che si spendono per gli altri.

Da questa sorgente nasce la speranza. Essa permette di operare senza avere la garanzia di vedere presto il frutto. Chi educa un bambino, accompagna una famiglia, riapre una relazione interrotta consegna qualcosa al futuro. Non ne controlla gli esiti. Eppure, assume una responsabilità reale, perché un bene compiuto modifica già il presente di qualcuno.

Ritorno allora alla Gerusalemme dell’Apocalisse. In essa l’albero della vita porta foglie destinate a guarire le nazioni (Ap 22,2). Ho indicato questa immagine come una chiave della vocazione della nostra Chiesa. La vita ricevuta da Dio è affidata alla comunità perché raggiunga anche chi sta lontano. La santità porta frutto per altri, e la sua fecondità supera i confini entro i quali possiamo misurarla.

Mentre preparavo queste riflessioni, continuavano a tornarmi davanti soprattutto dei volti. Le famiglie di Gaza che hanno perduto quasi tutto. I giovani che continuano a interrogarsi sul loro futuro. I religiosi e le religiose che hanno scelto di rimanere accanto alla loro gente. Gli insegnanti delle nostre scuole. I sacerdoti delle nostre parrocchie. Non tutti saranno chiamati al martirio nel senso pieno che la Chiesa attribuisce a questa parola. Ma in tutti ho riconosciuto qualcosa della stessa libertà evangelica. È quella libertà che permette di non cedere all’odio, di continuare a servire, di custodire una speranza per gli altri. Ed è da questa libertà che nascono anche i martiri.

Il titolo di questo incontro ci affida dunque una vocazione. Essere forza mite significa lasciare che la libertà di Cristo prenda corpo nella nostra storia. Significa imparare da lui a pronunciare la verità, a proteggere chi è ferito, a non chiudere all’altro ogni possibilità di futuro. I santi ci accompagnano perché questa vocazione diventi una vita, e la loro testimonianza ci sottrae all’alibi di considerarla impossibile.

Il Vangelo di Luca si conclude con i discepoli che, dopo l’Ascensione, tornano a Gerusalemme con grande gioia. Tornano nella città che conoscono, segnata da quanto vi è accaduto. La Pasqua permette loro di abitarla con una libertà nuova. Anche a noi è chiesto di tornare così alla nostra Gerusalemme quotidiana: con le sue responsabilità, le sue ferite, le persone che ci sono affidate.

La domanda che vorrei lasciarci è questa: nel tempo in cui gli uomini chiedono alle armi di assicurare il futuro, quale futuro rendiamo possibile noi con il modo in cui viviamo il Vangelo?