Questa è l’ora dell’amore
Presentazione del volume di don Valerio Chiovaro
Roma, 14 settembre, 2026
Cari amici,
vorrei ringraziare Valerio Chiovaro per questo libro e per l’invito a condividerne la presentazione. “Questa è l’ora dell’amore” è un titolo che, per chi viene da Gerusalemme, diventa subito una domanda. Davanti a ciò che la Terra Santa ha vissuto e alle ferite che porta, che cosa significa pronunciare queste parole? Come possiamo dirle senza ferire chi soffre, senza apparire lontani dalla realtà? Credo che il valore di questo volume stia anche nell’aiutarci a prendere sul serio questa domanda, accompagnandoci dentro la Scrittura fino al luogo in cui l’amore si misura con il rifiuto, con la paura, con la morte.
L’autore raccoglie un cammino di lectio divina. Le pagine conservano il tono di una parola condivisa, con le sue domande, i ritorni, l’insistenza su ciò che deve lentamente entrare nella vita. Si sente che dietro il testo c’è qualcuno che parla e qualcuno che ascolta. Nell’introduzione apprendiamo che questo ascolto viene proposto in diretta da Gerusalemme, per custodirne la dimensione comunitaria. La Terra Santa, dunque, abita già la nascita del libro. Vorrei lasciarmi condurre da questo legame, seguendo alcune delle sue pagine e portandovi le domande della Chiesa che mi è affidata.
Il sottotitolo indica una direzione precisa: Il cuore alla Parola, il volto al Prossimo. Mi sembra una buona descrizione anche del ministero di un pastore. Il cuore ha bisogno di rimanere in ascolto di Dio, mentre il volto deve potersi rivolgere alle persone, incontrare i loro occhi, sostenere le loro domande. Tenere insieme questi due movimenti è impegnativo. Il dolore può diventare così assordante da occupare tutto lo spazio interiore. Anche nella preghiera possiamo allora cercare un rifugio che ci risparmi la fatica di ascoltare chi soffre e di lasciarci coinvolgere. Rischiamo così di trasformarla in uno spazio interiore protetto, dal quale il dolore rimane escluso, evitando la fatica di tenere insieme la vita concreta e la relazione con Dio. Ma pregare significa portare davanti al Signore anche quel dolore e chiedergli la forza di restare vicini a chi lo vive. La lectio ci educa proprio a questo: lasciare che la Parola incontri la vita, anche nelle sue parti più difficili, che talvolta vorremmo lasciare fuori dalla preghiera.
Il percorso comincia in modo significativo dall’Apocalisse, dalla lettera alla Chiesa di Efeso. È una comunità operosa, perseverante, capace di discernimento. Eppure, il Signore le rivolge un duro rimprovero: «Hai abbandonato il tuo primo amore» (Ap 2,4). Don Valerio riconosce in questo «primo amore» l’amore di Dio per noi. Prima ancora che noi lo cerchiamo, Dio ci ama. Il nostro amore per Lui nasce come risposta al suo, ed è il suo amore a sostenerci anche quando facciamo fatica a rispondergli. Trovo feconda questa insistenza. Prima delle opere che compiamo, delle responsabilità che assumiamo, c’è un amore ricevuto. La vita cristiana si inaridisce quando perde il contatto con questa origine, anche mentre continua a produrre attività e a difendere convinzioni giuste.
È una pagina che interroga anche noi, Chiesa di Gerusalemme. Le necessità sono enormi e coinvolgono tutta la vita delle comunità. Occorre sostenere famiglie, accompagnare persone ferite, aiutare i giovani a intravedere un futuro. Un pastore deve occuparsi anche di problemi molto concreti, cercare risorse, prendere decisioni. Dentro questo impegno, la domanda di Efeso rimane necessaria: che cosa alimenta ciò che facciamo? La stanchezza può rendere sbrigativo persino il nostro modo di aiutare. Tornare al primo amore significa ritrovare la persona dentro il bisogno e ricordare che anche noi abbiamo bisogno di essere sostenuti. La preghiera custodisce questa verità e ci permette di continuare a servire senza consumare tutto nell’urgenza.
Dal primo amore il libro ci conduce alla creazione. Dio plasma l’uomo con la polvere del suolo e gli comunica il soffio della vita. L’autore si sofferma su questo Dio che si avvicina alla terra, la tocca, le dà forma. È un’immagine che restituisce alla fragilità umana la sua dignità. La polvere è fragile, eppure Dio vi depone qualcosa di suo. Ogni persona porta questa origine prima di ogni appartenenza e prima di ogni giudizio sulla sua vita. Per questo la domanda su Dio conduce così direttamente alla domanda sull’uomo: che cosa vediamo quando guardiamo qualcuno?
In Terra Santa questa domanda ha conseguenze concrete. Il conflitto tende a precedere l’incontro: prima di vedere una persona, sappiamo già da quale parte collocarla. Un nome, una lingua, un luogo di nascita diventano sufficienti per attribuirle intenzioni e responsabilità. Il volto scompare dietro una categoria. E quando questo accade, anche il dolore dell’altro diventa più facile da ignorare. La pagina della Genesi ci chiede di fermarci davanti a quella vita e di riconoscere che la sua dignità non dipende dal nostro consenso. Vale per il palestinese e per l’israeliano, per chi ci è vicino e per chi suscita in noi diffidenza. È una convinzione da custodire soprattutto quando costa.
So bene quanto queste parole possano sembrare insufficienti davanti al dolore delle famiglie israeliane colpite dalla violenza, alla devastazione di Gaza, alle profonde ferite della Cisgiordania. Ogni storia chiede di essere ascoltata nella sua concretezza. Ci sono responsabilità da riconoscere, ingiustizie da denunciare, diritti da rendere effettivi. L’amore evangelico ci impegna dentro questa ricerca di verità. Ci impedisce di usare la sofferenza di alcuni per giustificare quella inflitta ad altri. Una madre che piange un figlio deve poter essere incontrata nel suo lutto, senza che le si chieda prima di rappresentare una causa. Di fronte a lei, il nostro linguaggio deve ritrovare pudore e precisione.
Per questo ho trovato particolarmente vicine alla nostra esperienza le pagine sul Salmo 116, raccolte sotto il titolo Amo perché il Signore ascolta. Don Valerio mette in luce il legame tra sentirsi ascoltati e imparare ad amare. Chi viene ascoltato scopre che la sua esistenza ha peso per qualcuno. Può raccontarsi, può uscire dall’isolamento. Questa è una dimensione essenziale della cura pastorale e di ogni relazione umana. A volte vorremmo arrivare rapidamente a una risposta, offrire una spiegazione, pronunciare una parola di speranza. Ma una parola può raggiungere l’altro soltanto se prima abbiamo lasciato che la sua voce raggiunga noi.
Lo vediamo anche nelle relazioni tra le comunità religiose della Terra Santa. La perdita della fiducia rende difficile persino ascoltarsi. Eppure, talvolta, il primo passo possibile è semplicemente riconoscere un dolore che fino a ieri non riuscivamo a vedere. Da lì può ricominciare una relazione.
L’ascolto della Scrittura ci educa a questa disponibilità perché ci espone a una parola che non controlliamo. A Gerusalemme avvertiamo con particolare intensità quanto il linguaggio religioso possa essere piegato alle esigenze di un conflitto. Abbiamo perciò una responsabilità nel modo in cui leggiamo e annunciamo la Bibbia. Quando apriamo la Scrittura, dobbiamo permetterle di interrogare le nostre certezze e le nostre paure.
Vorrei sostare ancora su una pagina del volume, quella dedicata a Isaia: Con affetto perenne (Cf. Is 54,8). Vi risuona la promessa di Dio a una città che ha conosciuto l’abbandono. Leggere queste parole a Gerusalemme significa avvertire tutto il peso della distanza tra una promessa e ciò che invece gli occhi vedono e che sembra smentire tale promessa. Chi soffre può domandare dove sia Dio, perché taccia, perché non intervenga. Queste domande abitano la preghiera biblica. Il libro stesso richiama il grido del Crocifisso. La fede ha spazio per questo grido e ci insegna ad ascoltarlo senza affrettarci a correggerlo.
Davanti alla sofferenza innocente, sento che dobbiamo vigilare sulle spiegazioni troppo pronte. La promessa dell’amore fedele ci affida un compito: farci vicini a chi si sente abbandonato. La consolazione comincia spesso da una presenza che accetta di rimanere anche quando non sa che cosa dire. Una comunità diventa credibile quando chi è ferito può trovarvi posto con tutta la propria fatica, senza dover prima dimostrare di avere una fede forte. Anche il dubbio e la protesta possono essere portati insieme davanti al Signore.
La meditazione sulla Lettera ai Filippesi approfondisce questa vicinanza attraverso il movimento dell’incarnazione: Cristo svuota se stesso, assume la condizione di servo (Cf Fil 2, 5-11). La Terra Santa dà a queste parole una concretezza particolare. Betlemme ci rimanda a una nascita, a un corpo che ha bisogno di essere accolto e custodito. Dio entra nella dipendenza che appartiene alla vita umana. Per la Chiesa, questa scelta diventa una domanda sul modo di essere presente. Possiamo cadere anche noi nella tentazione di cercare sicurezza nel prestigio delle istituzioni. Il Vangelo, però, ci chiede non semplicemente di accompagnare le persone, ma di essere disposti anche a condividere la loro condizione, facendo nostra la loro vulnerabilità.
Le nostre scuole, le opere di assistenza e la vita delle parrocchie hanno senso dentro questa prossimità. Servire i bisogni concreti delle persone dà forma alla presenza cristiana e ci mette in relazione con uomini e donne di fedi diverse.
Arriviamo così al Cenacolo, dove il libro colloca il comandamento nuovo (Cf. Gv 13,34). È il passaggio che più direttamente illumina il titolo. L’autore richiama l’attenzione su un particolare decisivo: Gesù comincia a parlare dopo l’uscita di Giuda. Il tradimento è in atto. Gesù sa quanto siano fragili gli amici ai quali si rivolge. In questo momento consegna loro il comandamento dell’amore. Sa che quegli uomini stanno per abbandonarlo, eppure la sua parola apre anche per loro un futuro e la possibilità di ricominciare.
Mi sembra che qui si trovi una risposta alla domanda da cui siamo partiti. L’ora dell’amore può essere anche un’ora nella quale tutto sembra contraddirlo. Gesù ci rivela la libertà di un amore che attraversa il rifiuto senza lasciarsene determinare. In Terra Santa sentiamo quanto sia difficile custodire questa libertà. Il male subito può occupare la memoria e diventare il criterio di ogni decisione. Può suggerirci che, per difendere chi amiamo, dobbiamo imparare a odiare. Il Vangelo ci chiede di riconoscere questa tentazione e ci offre una relazione più profonda alla quale attingere.
È una strada esigente. Quando parliamo di perdono, dobbiamo farlo con umiltà, soprattutto davanti alle vittime. Il perdono ha i suoi tempi e appartiene alla libertà di chi ha sofferto. Nessuno può pretenderlo per chiudere in fretta una vicenda. La ricerca della giustizia rimane necessaria. Proteggere la vita, impedire che la violenza si ripeta, riconoscere le responsabilità sono esigenze concrete dell’amore. Il perdono può aprire, dentro questo cammino, la possibilità che il torto subito non possieda per sempre il futuro. Come pastori siamo chiamati ad accompagnare questa possibilità, con rispetto e perseveranza.
Ma da dove ricevere la forza? Il volume ritorna continuamente alla precedenza dell’amore di Dio. Nel comandamento di Gesù, quel «come io vi ho amato» ci rimanda a un dono già ricevuto. I discepoli potranno imparare ad amare rimanendo nella relazione con lui. Per questo l’Eucaristia è così essenziale alla vita delle nostre comunità. Vi portiamo la nostra impotenza e riceviamo una vita che ci precede. La Chiesa può offrire qualcosa perché continua a ricevere. Quando dimentichiamo questo, carichiamo sulle nostre capacità un peso che esse non possono sostenere.
C’è poi, nelle pagine sulla creazione, un richiamo al Risorto che soffia lo Spirito sui discepoli. Vorrei riprenderlo qui, tornando ancora a Gerusalemme. Gli uomini chiusi per paura vengono raggiunti dalla pace di Cristo e inviati. La loro povertà umana è conosciuta dal Signore, ma proprio a loro, nonostante ciò, viene affidata una missione apparentemente impossibile. A sostenere anche la nostra speranza, dunque, è la certezza che il Signore conosce i nostri limiti e continua a fidarsi di noi. Ci dice che, nonostante la nostra piccolezza, anche noi possiamo operare per la pace. Non abbiamo la certezza di vedere presto i risultati. Sappiamo però che nessun seme di bene va perduto in Dio.
Il futuro rimane aperto all’azione di Dio e alla libera risposta degli uomini. A noi è chiesto di assumere la responsabilità che oggi ci compete, senza pretendere di vedere necessariamente i risultati del nostro impegno. Ci sostengono il desiderio del bene e l’esempio di tanti uomini e donne coraggiosi, capaci di dono e pronti a mettersi in gioco.
Il libro ha anche una costante attenzione educativa. Domanda come si impari ad amare quando passano le emozioni dell’inizio e la vita richiede perseveranza. È una domanda che riguarda le famiglie, i giovani, le comunità. Riguarda anche il futuro della Terra Santa. Che cosa consegniamo ai bambini insieme al ricordo delle ferite? Quale immagine dell’altro entra nelle loro parole? La memoria ha bisogno di verità e di persone capaci di custodirla senza trasformarla in una condanna per chi nascerà domani. Ogni educatore partecipa a questa responsabilità, anche attraverso il modo in cui ascolta, corregge e parla di chi è assente.
Anche la meditazione sul libro della Sapienza aiuta a comprendere questo compito. Nel percorso del libro, amare coinvolge l’intelligenza e la capacità di governare la propria vita. La buona intenzione ha bisogno di discernimento: occorre comprendere le conseguenze di una scelta, domandarsi chi ne porterà il peso, ascoltare chi conosce una situazione meglio di noi. Per chi ha responsabilità nella Chiesa, questo significa accettare il consiglio e la correzione. Significa anche verificare se le nostre decisioni lasciano alle persone lo spazio per crescere e assumere responsabilità. L’amore matura quando impara a servire il bene dell’altro con pazienza e competenza.
Questa sapienza ci riguarda anche lontano dai luoghi di conflitto. Il modo in cui commentiamo una notizia, condividiamo un’immagine, descriviamo un popolo può aiutare a comprendere oppure accrescere la distanza. Ciascuno può domandarsi se le proprie parole lascino ancora aperta la possibilità di un incontro. È una responsabilità accessibile a tutti, che comincia nel linguaggio quotidiano e prepara il terreno delle nostre scelte.
Vorrei allora tornare al gesto semplice suggerito dall’autore: leggere senza fretta, riprendere una pagina, lasciare che una parola ci accompagni durante il giorno. Un libro come questo domanda tempo. Le sue ripetizioni ricordano che le cose decisive devono essere ascoltate più volte, perché possano diventare scelte. Possiamo comprendere un versetto e avere ancora bisogno di molto cammino per abitarlo. La comunità cristiana offre anche questo: un luogo in cui tornare insieme alla stessa sorgente, sostenendoci mentre impariamo a vivere ciò che abbiamo ascoltato.
Alla fine del volume ritroviamo il cuore e il volto. Dopo essere passati per la Terra Santa, queste due parole acquistano un peso ancora più concreto. Il cuore affidato alla Parola può custodire uno spazio che il conflitto non riesce a occupare interamente. E da quello spazio può nascere la libertà di rivolgere il volto a qualcuno che avevamo smesso di guardare. Forse la lettura darà il suo frutto quando ci farà riconoscere una persona da ascoltare, una relazione da riprendere, una responsabilità che avevamo rinviato.
Ringrazio don Valerio Chiovaro per averci offerto questo cammino. Il titolo riprende un invito di Papa Leone XIV pronunciato all’inizio del suo ministero, e lo affida alla nostra vita. Vorrei raccoglierlo con una domanda che porto con me da Gerusalemme e che queste pagine rendono ancora più concreto: quale volto attende che io riconosca, proprio adesso, che questa è l’ora dell’amore?

