L’umanità dell’altro
Dignità e diritti nel tempo della guerra
Scuola Superiore Sant’Anna - Pisa, 6 ottobre 2026
Autorità accademiche e civili,
gentili docenti, care studentesse e cari studenti,
signore e signori,
vi ringrazio per il dottorato honoris causa che avete voluto conferirmi. Accolgo questo riconoscimento pensando alla Chiesa di Gerusalemme e alle persone con le quali condivido la responsabilità di custodire una presenza cristiana in Terra Santa. Desidero che questo momento sia anche un’occasione per portare alla vostra comunità universitaria alcune domande che accompagnano la nostra vita.
Il contributo che posso offrirvi nasce dalla vita di un pastore. Vi porto ciò che il servizio alla nostra Chiesa mi ha costretto a vedere, ad ascoltare e, talvolta, a rivedere nel mio modo di pensare. Prima di affrontare il tema dell’umanità dell’altro, sento perciò il bisogno di dire qualcosa della realtà dalla quale vengo. Le domande che condividerò con voi sono nate lì.
Dall’inizio di questa guerra, la Terra Santa è precipitata in una situazione la cui gravità fatichiamo ancora a comprendere fino in fondo. La violenza ha attraversato la vita delle famiglie, ha distrutto luoghi e abitudini, ha cambiato il modo di guardare il futuro. In una terra che conosceva già il conflitto, abbiamo assistito a una rottura profonda, che ha investito anche quanto sembrava acquisito nei rapporti tra le persone e tra le comunità.
Abbiamo visto morti, feriti, famiglie costrette a lasciare le proprie case. A Gaza, la distruzione ha compromesso le condizioni più elementari dell’esistenza: un’abitazione, l’acqua, il cibo, la possibilità di curarsi, la scuola. Le nostre chiese sono diventate rifugi. La vita di una parrocchia ha dovuto comprendere la distribuzione dei pasti, la ricerca di medicine, l’organizzazione di uno spazio per i bambini. Pregare, assistere un malato e cercare qualcosa da mangiare sono entrati nella stessa giornata e nella stessa responsabilità.
In Cisgiordania, le restrizioni alla circolazione, la perdita del lavoro e la continua violenza contro la popolazione palestinese hanno impoverito le famiglie e reso precaria la vita delle comunità. L’assenza dei pellegrini ha tolto a molte persone il loro sostentamento. In luoghi nei quali una famiglia aveva vissuto del proprio lavoro, si è dovuto ricorrere all’aiuto della parrocchia anche per la spesa o per l’affitto. Il bisogno di partire, di cercare altrove una possibilità per i figli, è diventato più urgente.
Anche la società israeliana è stata profondamente ferita. Le violenze subite, la vicenda degli ostaggi, le famiglie sfollate e la paura della propria esistenza come nazione hanno lasciato tracce profonde.
Nei miei incontri con israeliani e palestinesi ho visto quanto questa guerra abbia toccato la fiducia nella possibilità di vivere al sicuro e di avere ancora un futuro nella propria terra. Sono tutte condizioni diverse, che vanno comprese nella loro specificità. Nessuna può essere cancellata dal nostro sguardo.
Come pastore, vedo anche ciò che difficilmente entra nei resoconti della guerra. Un giovane che rinvia il matrimonio perché non ha più un lavoro. Genitori che non sanno se potranno continuare a pagare la scuola. Comunità che fanno fatica a incontrarsi perché un viaggio ordinario è diventato incerto. L’impossibilità di progettare entra poco alla volta nella vita quotidiana e finisce per consumare le energie necessarie a ricominciare.
Questa devastazione ha raggiunto anche le relazioni. Anni di incontri e di dialogo sono stati messi in discussione. Persone che si conoscevano hanno faticato a parlarsi. Rapporti che ritenevamo solidi si sono rivelati più fragili di quanto pensassimo. La guerra è entrata nelle scuole, attraverso le immagini e le parole portate in classe dagli studenti. È entrata nelle nostre comunità cristiane, attraversate anch’esse da appartenenze nazionali, lingue ed esperienze molto diverse.
Ne ho parlato altre volte come di una ferita anche spirituale. Per chi crede, sorge una domanda dolorosa sulla forza reale della propria fede: quanto incide sul modo di guardare gli altri e sulle scelte che compiamo? Per tutti, credenti e non credenti, si pone una domanda sulla consistenza delle convinzioni che diciamo di condividere. Che cosa accade alle parole dignità, giustizia, pace, quando sembra che siano incapaci di proteggere la vita di qualcuno?
È da questa domanda che vorrei partire. Nella nostra esperienza abbiamo conosciuto lo smarrimento, ma abbiamo anche visto persone continuare a servire, educare, incontrarsi. Vorrei provare a comprendere con voi che cosa ci insegnino queste esperienze. Come si custodisce l’umanità dell’altro quando il contesto sembra spingerci a negarla? E come si traduce quel riconoscimento in possibilità concrete di vita?
Col passare di questi anni, sono giunto a una convinzione semplice, che vorrei verificare insieme a voi nel corso di questa riflessione: l’umanità dell’altro non rappresenta un limite alla nostra libertà o alla nostra sicurezza. Al contrario, è una condizione della nostra stessa umanità. Quando dimentichiamo questa verità, non feriamo soltanto gli altri, compromettiamo anche il nostro futuro.
1. Vivere insieme a Gerusalemme
A Gerusalemme l’altro ha una presenza concreta. Ha una lingua, una preghiera, un calendario. Abita uno spazio condiviso e al quale affidiamo una parte profonda della nostra identità. Uno stesso luogo può essere legato a memorie diverse, a promesse e a sofferenze che ciascuno sente decisive. Chi vi abita impara presto che una città può essere intensamente condivisa e, nello stesso tempo, profondamente divisa.
La vicinanza, da sola, risolve poco. Si può percorrere la stessa strada senza conoscere la vita di chi cammina accanto. Si può sapere molto della religione dell’altro e non avere mai ascoltato come egli vive la propria fede. Si può discutere a lungo del futuro di una città senza domandare a una parte dei suoi abitanti quale futuro desideri. L’altro è presente nel nostro spazio, ma resta assente dalle nostre decisioni.
Questa fatica attraversa anche la Chiesa di cui sono responsabile. Ne fanno parte cattolici palestinesi, cattolici israeliani, comunità di lingua ebraica e migranti venuti da molti Paesi. La stessa fede vive dentro esperienze quotidiane assai diverse e a volte opposte le une alle altre. La comunione tra loro ha bisogno di essere cercata e custodita, soprattutto quando la guerra rende più distanti le rispettive visioni.
Alcuni nostri cattolici di lingua ebraica hanno espresso chiaramente la difficoltà di sentirsi ascoltati dalla propria Chiesa. È una constatazione che mi interpella personalmente. Posso pensare di avere pronunciato una parola giusta, e scoprire che qualcuno affidato alla mia responsabilità non vi ha riconosciuto attenzione alla propria vita. Devo prenderlo sul serio, ascoltare meglio e chiedermi come essere pastore anche per lui. La responsabilità della comunione comincia da questa disponibilità a lasciarsi interrogare.
Chi è minoranza comprende in modo particolare quanto sia necessario che la protezione della persona abbia un fondamento più stabile dei rapporti di forza.
Da Gerusalemme porto dunque una domanda che precede molte altre: quando immaginiamo il nostro futuro, quale posto assegniamo alla presenza dell’altro? Possiamo includerlo soltanto a condizione che rinunci a essere se stesso? Gli concediamo uno spazio purché dipendente dalla nostra benevolenza? Oppure riconosciamo che il suo diritto a vivere e a partecipare ci obbliga, e deve trovare una forma pubblica e durevole?
È in questo passaggio che la convivenza acquista spessore politico. Vivere insieme richiede regole e istituzioni capaci di custodire la libertà delle persone. La qualità di queste istituzioni si misura anche dalla possibilità di rivolgersi a esse a prescindere dalle proprie convinzioni.
2. Restare umani anche nel linguaggio
Una delle prime cose che questa guerra ci ha costretto a comprendere è il peso delle parole. Ne ho parlato più volte, perché nella vita quotidiana ci siamo accorti che il linguaggio poteva rendere ancora possibile un incontro oppure impedirlo prima ancora che avvenisse. Le parole raggiungono le persone, formano un’opinione, orientano il modo di leggere ciò che accade. Entrano poi nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità, e diventano il modo con cui un’intera società guarda se stessa e gli altri. Come possiamo, allora, denunciare il male e chiedere giustizia, custodendo anche nelle parole l’umanità dell’altro?
Negli incontri con persone israeliane e palestinesi profondamente ferite dalla guerra, ho sentito quanto fosse necessario accompagnare l’aiuto concreto con parole di vicinanza. Assicurare che si stava facendo il possibile per intervenire era necessario, ma quelle persone avevano bisogno anche di sentirsi ascoltate. Cercavano qualcuno che riconoscesse la realtà di ciò che stavano vivendo. Prima di ogni spiegazione, era necessario fare spazio alla loro presenza, alla loro storia, a ciò che non riuscivano ancora a dire.
In Terra Santa, parole entrambe necessarie come sicurezza e giustizia sono rimaste a lungo separate, legate a esperienze diverse. Usate fuori dal proprio contesto, rendevano difficile il confronto.
Ho imparato così che dobbiamo pensare anche a ciò che le nostre parole suscitano in chi le riceve. La verità di quello che vogliamo dire domanda la pazienza di farsi comprendere. Domanda di conoscere l’esperienza dell’interlocutore, le sue domande, le ragioni delle sue resistenze. Questo lavoro riguarda la vita pubblica quanto i rapporti personali: una società ha bisogno di parole nelle quali le diverse esperienze possano trovare posto e confrontarsi.
La disumanizzazione comincia spesso proprio dalla distruzione di questa possibilità. Quando dell’altro rimane soltanto una definizione sprezzante, il suo volto scompare. Diventa più facile parlare di lui senza ascoltarlo e decidere della sua vita senza considerarla. Il linguaggio violento partecipa al conflitto: prepara atteggiamenti, rende accettabili comportamenti, abitua a pensare che alcune vite meritino meno attenzione. Anche per questo, custodire la dignità umana comincia dal modo in cui ci rivolgiamo agli altri e parliamo di loro.
Una parola pubblica responsabile deve saper nominare le ingiustizie, gli atti di violenza e gli abusi, e riconoscere chi ne risponde. La complessità della storia esige attenzione, verifica dei fatti, ascolto delle persone. Non può diventare un alibi per sospendere ogni giudizio. Le ingiustizie vanno chiamate per nome, anche quando questo disturba le nostre appartenenze o i nostri interessi. Riconoscere la dignità di tutti esige di distinguere le responsabilità: una decisione, un atto di violenza, un abuso devono essere valutati per ciò che sono. Proprio per questo, estendere la colpa a un intero popolo rende il giudizio meno giusto e finisce per sottrarre precisione proprio alla ricerca delle responsabilità.
C’è poi una responsabilità che riguarda la credibilità delle parole stesse. In Terra Santa abbiamo pronunciato molte volte parole come pace, dialogo, dignità, mentre la vita sembrava andare nella direzione opposta. Comprendo la stanchezza di chi oggi le ascolta con diffidenza. Per restituire loro un significato occorrono impegni mantenuti e la disponibilità a rispondere di ciò che si è detto. Anche il silenzio ha un peso, quando lascia sole persone che avrebbero avuto bisogno di una parola chiara, e rischia di diventare una sorta di complicità.
Penso che un’università abbia qui un compito prezioso. La ricerca, lo studio della storia, la conoscenza delle lingue e delle culture aiutano a uscire da rappresentazioni troppo semplici. Insegnano a verificare, a distinguere, a sostenere una discussione anche quando mette in questione le nostre convinzioni. In un tempo nel quale le parole circolano rapidamente e raggiungono persone lontane dal contesto in cui sono nate, questa cura del linguaggio è già un servizio alla vita comune.
3. L’umanità dell’altro è anche la nostra
In Medio Oriente l’interdipendenza di comunità differenti si vede con particolare chiarezza. La convivenza tra popoli, culture e religioni appartiene alla storia e alla vita ordinaria della regione. Ha conosciuto tempi fecondi e tempi drammatici, incontri e persecuzioni, collaborazioni e conflitti. Rimane comunque il contesto nel quale le persone nascono e crescono. La domanda che ci viene affidata riguarda dunque il modo di convivere e le condizioni che possono rendere buona questa convivenza.
Che cosa significa riconoscere la dignità dell’altro quando questo riconoscimento contrasta con i nostri interessi?
È qui che vedo un rapporto profondo tra il riconoscimento dell’altro, la dignità e i diritti. Dopo le tragedie del Novecento, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ha affermato che la dignità appartiene a ogni persona, indipendentemente dalla sua appartenenza nazionale, religiosa o culturale, e che nessuna differenza può giustificarne l’esclusione dalla protezione. In fondo, ogni stagione nella quale alcuni uomini sono stati considerati meno umani di altri ha preparato forme di violenza che la storia continua a ricordarci.
La dignità appartiene alla persona e precede il nostro consenso. I diritti danno a questo riconoscimento una forma pubblica: una persona può chiedere ciò che le è dovuto anche quando chi ha il potere di garantirlo non prova alcuna simpatia per lei. Il rispetto della dignità si verifica proprio quando ha un costo, quando ci obbliga a rinunciare a un vantaggio o a correggere una decisione. Finché vale soltanto per chi ci è vicino o condivide la nostra visione, la nostra fede o la nostra cultura, rimane una promessa incompiuta.
La mia fede cristiana è all’origine di questa convinzione e mi impegna a difendere la dignità di ciascuno. Ma non mi separa da chi professa una fede diversa o appartiene a un’altra cultura. Al contrario, mi rende disponibile a collaborare con chiunque condivida gli stessi ideali di giustizia e di umanità. Da convinzioni e tradizioni differenti può così nascere una responsabilità comune: proteggere la vita, riconoscere la libertà, contrastare l’umiliazione, rendere possibile la partecipazione alla vita comune.
La presenza dell’altro può aiutarci a comprendere meglio anche ciò che siamo. Emmanuel Levinas ha suggerito che la responsabilità verso l’altro non nasce anzitutto da un contratto o da una convenienza reciproca, ma dall’incontro con il suo volto. Quando l’altro è una persona concreta, diventa più difficile ignorarne la sofferenza e pensare il proprio futuro senza considerare anche il suo. È un’esperienza che appartiene anche alla vita universitaria: si impara attraverso l’incontro con un pensiero che resiste al nostro, con una domanda che non avevamo previsto.
La possibilità di un futuro condiviso viene compromessa dalla logica della forza. Penso alla convinzione che la propria sicurezza, la propria prosperità o il proprio futuro possano essere assicurati prescindendo dalla volontà altrui. È un modo di pensare che alimenta molti problemi del nostro tempo. Si manifesta nella guerra, ma può entrare anche nei rapporti economici, nelle istituzioni, nella vita sociale. Chi dispone di maggiori mezzi può arrivare a ignorare le ragioni degli altri, trattandole come un impedimento ai propri obiettivi. La capacità di imporre una scelta finisce così per essere confusa con la sua legittimità. La sicurezza fondata soltanto sulla forza rimane sempre ostaggio della forza.
Comprendo perché questa logica possa apparire convincente, soprattutto quando prevale la paura: promette una soluzione rapida e immediatamente visibile, mentre il confronto richiede tempo, espone all’incertezza e può perfino essere percepito come un’umiliazione. Eppure, l’imposizione della propria volontà non risolve le ragioni della divisione: le comprime soltanto in un silenzio forzato. Restano infatti le ragioni del conflitto, e con esse la sfiducia e il desiderio di rivalsa; per questo, se la sicurezza si fonda soltanto sulla capacità di prevalere, ogni mutamento nei rapporti di forza finirà per trasformarsi in una nuova minaccia.
Nessun ordinamento può rinunciare all’autorità, né all’uso proporzionato degli strumenti necessari a proteggere la vita e a contenere la violenza. Ma proprio l’esercizio della forza pone una questione più radicale: se essa rimanga sottoposta al diritto e orientata alla ricostruzione di una convivenza, oppure pretenda di produrre da sé la propria legittimità. Quando questo equilibrio viene meno, la vulnerabilità dell’altro rischia di non essere più percepita come un limite da rispettare. La superiorità militare può determinare l’esito di uno scontro. Ciò non basta, tuttavia, a conferire a quell’esito il carattere della giustizia, né a sottrarre le decisioni assunte a una valutazione delle conseguenze umane e politiche che ne derivano. La forza può imporre un ordine. Solo il riconoscimento dell’altro può fondare una convivenza.
Come uscire, allora, da questa logica, e su che cosa fondare una sicurezza che non dipenda soltanto dalla capacità di prevalere?
L’antidoto comincia dal riconoscere l’interdipendenza dei nostri destini e dal tradurla in responsabilità. In Terra Santa israeliani e palestinesi continueranno ad avere bisogno di un futuro nella stessa terra. La libertà, la dignità e la sicurezza di ciascun popolo hanno bisogno di trovare posto in una prospettiva che comprenda anche l’altro. Questo richiede il coraggio di affrontare questioni concrete: quali diritti vengono negati, quali paure restano senza risposta, quali decisioni rendono più difficile una vita comune. Occorre lavorare su quelle condizioni, con la volontà di cambiarle.
Questo cambia anche il nostro modo di giudicare il potere. In un mio precedente intervento ho proposto un criterio semplice: chiedersi quali possibilità chi esercita un’autorità apre agli altri e quali, invece, chiude. Più una persona può incidere sulla vita altrui, più grande è la sua responsabilità. Chi esercita bene il potere sa spiegare le proprie decisioni, ascolta le conseguenze che esse producono, accetta che il proprio operato sia verificato ed è disposto a correggersi. Anche questa è una forma di forza: non la forza di imporsi, ma quella di costruire una convivenza capace di durare anche quando viene meno il proprio potere.
La lezione più difficile che questa guerra mi ha insegnato è forse questa, e che ho già ribadito all’inizio della mia presentazione: l’umanità dell’altro non è un limite imposto alla nostra libertà. È una condizione della nostra stessa umanità. Quando neghiamo la dignità dell’altro, non diminuiamo soltanto lui, diminuiamo anche noi stessi.
4. Il dialogo come forma della convivenza
Se prendiamo sul serio questa comune appartenenza umana, il dialogo diventa una necessità della vita. È una convinzione che la guerra ha messo duramente alla prova. Per molti anni abbiamo costruito rapporti, organizzato incontri, elaborato dichiarazioni. Alcune relazioni hanno resistito; altre hanno mostrato una fragilità che non avevamo compreso. Dobbiamo avere l’onestà di interrogarci su questa esperienza e di imparare anche da ciò che non ha funzionato, chiedendoci anzitutto: come continuare a dialogare quando la fiducia si è spezzata e il dialogo stesso sembra aver perduto credibilità?
Un primo elemento di risposta viene proprio dall’esperienza: abbiamo visto quanto sia difficile che l’intesa maturata tra alcune persone raggiunga la vita delle rispettive comunità. Un incontro può essere sincero e importante, e tuttavia rimanere lontano dal modo in cui la gente vive, educa i figli, interpreta la propria storia. Il dialogo ha bisogno di entrare in questi luoghi ordinari. Deve poter parlare le lingue delle persone, comprenderne le sensibilità, misurarsi con le domande che le accompagnano ogni giorno.
Per questo ho spesso richiamato il dialogo della vita: quello che nasce tra vicini, tra colleghi, tra genitori, tra persone che condividono un lavoro o una responsabilità. È lì che l’altro acquista un nome e una storia. Ci si accorge di avere preoccupazioni comuni, si scoprono differenze che domandano rispetto, si impara a fare qualcosa insieme. Anche il dialogo più impegnativo, culturale o religioso, riceve consistenza da questa esperienza quotidiana.
Penso alle scuole nelle quali bambini cristiani e musulmani crescono e studiano insieme. Durante gli anni decisivi della formazione, la differenza religiosa ha il volto di un compagno di classe. Si condividono il lavoro, le difficoltà, le amicizie. Ciascuno mantiene la propria appartenenza e impara, giorno dopo giorno, che la vita dell’altro può essere vicina alla sua. Questo esercizio paziente incide sul modo in cui, da adulti, si abiterà la società.
Il dialogo deve poter sostenere anche la domanda di giustizia. Chi vi entra deve avere la libertà di dire che cosa ha subito, di contestare una decisione, di chiedere un cambiamento. Un incontro che lasci tutto intatto può aumentare la delusione. La sua serietà si misura anche dalla disponibilità dei partecipanti a modificare qualcosa dei propri comportamenti e ad assumere impegni verificabili.
Questo è particolarmente necessario nel dialogo interreligioso. In Terra Santa le religioni partecipano alla formazione delle identità e della vita collettiva. Incidono sulle memorie, sulle attese, sui modi di interpretare la storia. Hanno quindi una responsabilità verso l’intera società. Devono interrogarsi sul linguaggio che usano, sul modo in cui educano, sulla capacità di aiutare le persone a incontrarsi. Il confronto tra credenti può contribuire alla libertà e alla dignità di tutti quando sa tradursi in una responsabilità condivisa per la vita comune.
Occorre poi accettare che il dialogo riparta anche dalle incomprensioni. Dopo una rottura, difficilmente si può tornare a parlare come prima. Le persone sono cambiate; alcune parole hanno perso credibilità; certe attese sono state deluse. Bisogna lasciare emergere ciò che ha ferito la relazione e dare tempo all’ascolto. La fiducia si ricostruisce attraverso la verità del rapporto e la continuità dei gesti. Chi continua a esserci rende possibile un passo ulteriore, anche quando non può ancora prevederne l’esito.
Da questo punto di vista, custodire una relazione ha un significato pubblico. Le persone e le associazioni che continuano a incontrarsi, i luoghi nei quali si studia e si lavora insieme, mantengono nella società una capacità di collaborazione. Questa capacità sarà necessaria anche alle istituzioni, quando si apriranno possibilità nuove. La convivenza ha bisogno di essere preparata: nelle abitudini, nelle competenze, nella disponibilità a riconoscere l’altro come interlocutore.
5. Dare alla pace condizioni concrete
La pace investe tutte le dimensioni della vita comune. Nel corso del mio servizio ho potuto vedere quanto siano legati tra loro gli aspetti politici, culturali, religiosi ed economici della convivenza. Una lettura soltanto politica, soltanto economica o soltanto religiosa lascia inevitabilmente fuori qualcosa di decisivo. La persona vive tutte queste dimensioni insieme. La perdita del lavoro tocca la vita familiare, modifica le relazioni sociali, influenza la fiducia nelle istituzioni e il modo di guardare al futuro.
Per questo la pace richiede uno sguardo ampio sulla vita umana. Una famiglia ha bisogno di sicurezza, di una casa, di un reddito, di istruzione e di cure. Ha bisogno anche di sentirsi parte di una comunità, di poter esprimere le proprie convinzioni, di avere voce nelle decisioni che la riguardano. Tutte queste esigenze sono legate tra loro e, insieme, rendono la pace una possibilità concreta di vita. Dobbiamo allora chiederci: quali condizioni siamo chiamati a costruire e di quali scelte dobbiamo rispondere?
È proprio l’esperienza della Terra Santa a mostrarci con particolare chiarezza quanto queste condizioni siano inseparabili. Quando una persona perde il lavoro, viene meno anche la possibilità di progettare, di assumere un impegno, di contribuire con le proprie capacità. L’assistenza è indispensabile nei momenti di emergenza. Accanto a essa, tuttavia, occorre cercare le condizioni perché le persone possano tornare a essere protagoniste della propria vita. Anche il modo in cui si aiuta, infatti, può custodire oppure indebolire questa possibilità.
Il rispetto della dignità si misura dunque nelle scelte concrete. Un progetto di ricostruzione deve interrogarsi sulla vita che renderà possibile: chi potrà studiare, lavorare, abitare, curarsi; quali relazioni potranno riprendere; quale spazio avranno le comunità nel pensare il proprio futuro. La ricostruzione investe le case, le scuole e gli ospedali, insieme alla fiducia necessaria per tornare a farne luoghi di vita. Servono competenze diverse, capaci di lavorare insieme e di ascoltare chi conosce quella realtà dall’interno.
È in questo senso che sento la responsabilità verso la città: verso la comunità umana, la società, il popolo nel quale si vive. Il mio servizio pastorale ha anzitutto una responsabilità spirituale, ma mi porta ogni giorno anche dentro una dimensione pubblica: servire questa realtà significa assumere la cura del bene comune e condividere con altri la responsabilità per le condizioni di vita di tutti. Le necessità delle persone pongono domande che riguardano il lavoro, l’educazione, la giustizia, i rapporti tra le comunità e le istituzioni.
Prendere posizione deve tradursi in parole e azioni a favore di chi soffre. Questo comporta anche denunciare un’ingiustizia e chiedere che chi ne è responsabile risponda delle proprie scelte. La misura del giudizio deve rimanere la stessa quando riguarda una persona vicina a noi e quando riguarda un avversario. È una coerenza esigente, perché può costare consenso e rendere più scomoda la nostra posizione. Ma la credibilità di una responsabilità pubblica dipende anche dalla libertà di dire ciò che il proprio ambiente preferirebbe non ascoltare.
La dimensione politica della pace emerge qui in tutta la sua rilevanza. Sono necessarie istituzioni autorevoli e accessibili, capaci di tutelare i diritti, di offrire risposta a chi subisce un torto e di assicurare che ogni decisione sia accompagnata da una responsabilità effettiva. Le regole conservano la loro credibilità quando si applicano con equità, indipendentemente dalla forza o dalla posizione di chi è coinvolto. In questo modo, la fiducia nella giustizia può prevalere sulla convinzione che la tutela dei propri diritti dipenda soltanto dalla capacità di imporsi. Rafforzare tale fiducia richiede istituzioni affidabili e una cultura pubblica che ne sostenga con coerenza l’azione. L’educazione, l’economia, la vita sociale e la politica concorrono tutte a questo compito.
Occorre investire nell’educazione, accettarne i tempi lunghi, aiutare le nuove generazioni a esercitare la libertà e la responsabilità. La ricostruzione di una società domanda persone preparate, capaci di giudizio e disponibili a collaborare.
In una scuola universitaria come la vostra, questo compito assume una forma particolare. Le competenze che qui si formano potranno incidere su decisioni pubbliche, rapporti internazionali, progetti economici e sociali. Saper realizzare un progetto comporta anche interrogarsi sulla sua giustizia: chi ne riceve i benefici, chi ne sostiene i costi, chi può far sentire la propria voce. L’efficienza è importante, ma da sola non ci dice se abbiamo fatto qualcosa di buono. La conoscenza diventa responsabile quando risponde delle conseguenze delle proprie scelte e si lascia correggere dall’esperienza delle persone. Le università hanno inoltre il compito particolare di difendere spazi di pensiero libero e rigoroso. In tempi segnati dalla polarizzazione, esse sono chiamate a custodire la possibilità di discutere anche aspramente, ma senza demonizzare, di verificare senza pregiudizi e di cambiare idea quando i fatti lo richiedono. Non è un compito secondario: società incapaci di discutere serenamente finiscono spesso per affidare alle emozioni o ai rapporti di forza decisioni che richiederebbero ragione, prudenza e responsabilità.
6. La responsabilità della speranza
Rimane una domanda che accompagna tutto ciò che ho detto. Come continuare a impegnarsi quando i risultati sembrano tanto fragili e la guerra, la violenza e la sfiducia tornano a distruggere ciò che si è cercato di costruire? In Terra Santa questa domanda appartiene alla vita ordinaria. La pongono gli educatori, le famiglie, chi presta soccorso, chi tenta di mantenere aperta una relazione. La pongo anch’io, sapendo che una risposta soltanto verbale può lasciare intatta la fatica di chi ascolta.
Dare speranza significa chiamare alla ricostruzione. Quando una comunità è colpita, può smettere di credere di avere ancora le energie per rialzarsi. Accompagnarla significa aiutarla a riconoscere ciò che può ancora fare, sostenere le sue capacità, condividere un tratto di strada. La speranza prende forma nella possibilità di ricominciare un’attività, di riprendere lo studio, di assumere una responsabilità, di tornare a fidarsi di qualcuno.
Per me questa speranza ha il suo fondamento nella fede e prende forma nei legami con le persone. Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa, ma quei legami mi rendono responsabile del suo futuro. La vita di persone concrete entra nelle mie decisioni e mi impedisce di considerare la rinuncia una questione soltanto personale. Mi incontro qui con tanti altri che, a partire da convinzioni diverse, continuano a investire intelligenza e lavoro in ciò che può restituire dignità e libertà.
La speranza deve misurarsi con le sofferenze che rimangono. Per ricostruire la fiducia occorre riconoscere la violenza e le ingiustizie subite, accertare le responsabilità e cercare forme di riparazione. A chi è stato colpito non si può chiedere di considerare chiusa la propria storia per rendere più semplice un accordo. La riconciliazione ha bisogno della verità e della giustizia. Ha bisogno anche che quanto si è subito non decida per sempre il nostro modo di guardare il mondo. Raccontare una storia dolorosa senza trasmettere odio è un compito difficile, che riguarda le persone e il futuro delle comunità. Va accompagnato con rispetto, senza imporre dall’esterno tempi o risposte.
Ho imparato che, in certe situazioni, la prima responsabilità è rimanere accanto alle persone, condividere la loro attesa, fare ciò che è possibile. Da questa presenza possono nascere parole credibili e decisioni nuove. La fiducia nel futuro riceve consistenza anche dal fatto che qualcuno continua a investire tempo, intelligenza e lavoro nella vita degli altri. Un insegnante, un medico, uno studioso, chi assume una responsabilità pubblica può dare questa testimonianza attraverso il proprio compito.
Ringraziandovi ancora per il riconoscimento che avete voluto conferirmi, torno così alla domanda dalla quale siamo partiti. La presenza dell’altro accompagna inevitabilmente il nostro futuro. Nessuna comunità, nessun popolo, nessuna istituzione costruisce il proprio domani da sola.
La grande tentazione del nostro tempo è credere che la sicurezza possa essere raggiunta senza l’altro, che la prosperità possa essere costruita senza l’altro, che la libertà possa essere difesa contro l’altro. L’esperienza della Terra Santa ci insegna invece qualcosa di diverso: prima o poi scopriamo che il futuro che abbiamo negato agli altri finisce per impoverire anche il nostro.
Forse è proprio qui che dignità, diritti e pace si incontrano. Essi ci ricordano che l’altro non rappresenta il limite della nostra umanità, ma una parte della sua realizzazione.
Se dovessi lasciare a questa comunità universitaria un’unica consegna, sarebbe questa: fare della propria competenza uno strumento per ampliare lo spazio della dignità umana. Le società cambiano quando qualcuno rende possibile ciò che sembrava impossibile; quando qualcuno decide di vedere una persona dove altri vedono soltanto un nemico, un problema o un numero.
L’umanità dell’altro non è soltanto una questione morale. È una condizione del nostro stesso futuro.
Grazie.
