La forza del limite
Dignità umana e giustizia nel tempo della guerra
Intervento per il Premio De Sanctis - Roma, 12 ottobre 2026
Autorità,
signore e signori,
care amiche e cari amici,
vi ringrazio per il Premio De Sanctis che avete voluto conferirmi e per l’attenzione che, attraverso questo riconoscimento, rivolgete alla Terra Santa. Accolgo questo onore pensando alla Chiesa di Gerusalemme e alle persone con le quali condivido la responsabilità di custodire una presenza, accompagnare le famiglie, cercare possibilità di vita in condizioni spesso difficilissime.
Vorrei che il mio ringraziamento raggiungesse anche chi compie questo lavoro senza visibilità: chi continua a insegnare, ad assistere un malato, a sostenere una famiglia; chi tiene aperta una relazione quando tutto sembra suggerire di interromperla. È anche grazie a queste persone che possiamo ancora parlare di futuro.
In un contesto segnato dalla presenza delle istituzioni e del mondo della giustizia, sento la responsabilità di portare alcune domande nate da questa esperienza. La mia voce è quella di un pastore, chiamato ogni giorno a confrontarsi con le conseguenze umane delle decisioni e con la distanza, talvolta drammatica, tra i principi che professiamo e la vita che riusciamo a proteggere.
Ho scelto di parlare della forza del limite perché mi sembra che una delle questioni più gravi del nostro tempo sia la crescente fiducia nella forza come criterio di governo e di regolazione dei rapporti tra i popoli. Si pensa di poter definire nuovi equilibri, garantire la sicurezza e dare un futuro alla convivenza attraverso l’imposizione della propria volontà. In questa prospettiva, il diritto rischia di essere considerato un ostacolo all’azione, e la disponibilità di un potere sufficiente sembra diventare, da sola, una ragione per esercitarlo.
L’esperienza della Terra Santa ci costringe a interrogarci su questa pretesa. Le devastazioni che abbiamo davanti investono le case e le città, ma anche le relazioni, la fiducia, la possibilità di immaginare una vita insieme. Si pretende di preparare un nuovo ordine, mentre si consumano le condizioni umane che potrebbero sostenerlo. La forza può modificare gli equilibri di potere, ma non è di per sé sufficiente a fondare una convivenza che sia riconosciuta come giusta da coloro che saranno chiamati a viverla.
Parlare del limite significa allora interrogarsi sulle condizioni di un potere responsabile, capace di misurare le proprie decisioni anche sul futuro che lascia agli altri. È da qui che nasce la domanda che vorrei condividere con voi: che cosa siamo tenuti a rispettare anche quando avremmo la possibilità di imporre il nostro volere?
L’esperienza della Terra Santa
Nella vita di una comunità, la guerra si manifesta attraverso bisogni molto concreti. A Gaza, le nostre chiese hanno accolto persone che avevano perduto la casa. La vita della parrocchia ha dovuto comprendere la distribuzione dei pasti, la ricerca di medicine, la cura dei bambini. In alcuni momenti, tutto sembrava dipendere dalla capacità di attraversare un'altra giornata. Le responsabilità più ordinarie sono diventate difficili da assolvere: trovare acqua, assistere un anziano, dare a una famiglia qualche certezza per il giorno successivo. In quei mesi ho visto genitori provare a conservare una quotidianità per i propri figli anche nelle condizioni più precarie. È una forma di coraggio silenzioso che difficilmente compare nelle cronache, ma che sostiene la vita delle comunità.
In Cisgiordania abbiamo accompagnato famiglie impoverite dalla perdita del lavoro, dalle restrizioni alla circolazione, dalla continua violenza di gruppi di coloni, che sembra espandersi sempre di più. Abbiamo visto quanto rapidamente l’impossibilità di progettare possa entrare nella vita di una persona. Rinviare gli studi, un matrimonio, la nascita di un’attività significa perdere poco alla volta la fiducia di avere ancora un posto nella propria terra. È una forma meno visibile di distruzione, ma non per questo meno reale.
Conosco anche la paura e le ferite della società israeliana, il dolore delle famiglie colpite dalla violenza, la vicenda degli ostaggi. Sono storie differenti, che chiedono di essere comprese nella loro realtà e nelle loro responsabilità. Il mio servizio mi chiede di ascoltarle e di impedire che l’attenzione per una sofferenza renda invisibile quella di un altro.
La guerra cambia anche il nostro modo di giudicare: tendiamo a identificare ogni persona con il popolo cui appartiene e, sulla base di questa sola appartenenza, presumiamo di sapere tutto di lei, perfino quanto meriti di essere ascoltata. La sua vita rischia così di essere considerata soltanto in funzione del conflitto.
Le persone che incontriamo ci chiedono anzitutto di poter vivere: curare un figlio, raggiungere la propria casa, immaginare un futuro per la propria famiglia. Ricordo molte conversazioni terminate non con una richiesta politica o una rivendicazione, ma con una domanda semplice: “Quando potremo tornare a una vita normale?”. È davanti a queste richieste che parole come dignità e diritto acquistano un significato preciso. E nasce una domanda rivolta a tutti noi: quale protezione rimane a una persona quando non dispone della forza necessaria per ottenere ascolto e tutela?
Il limite come responsabilità
Sappiamo quanto la forza possa apparire convincente, soprattutto quando si ha paura. Promette di ristabilire il controllo, di eliminare la minaccia, di sottrarre il futuro all’incertezza. Chi ha conosciuto la violenza comprende il bisogno di sicurezza e il dovere di proteggere le persone, una responsabilità reale alla quale le autorità non possono sottrarsi.
Ma è proprio questa responsabilità a imporre un limite. La convinzione di difendere una causa giusta non rende legittimo ogni mezzo usato per sostenerla. Il dolore subito esige riconoscimento e giustizia, ma non autorizza a infliggere una sofferenza senza misura. Quando ogni decisione viene subordinata alla necessità di prevalere, scompare lo spazio indispensabile per giudicarla alla luce dei principi di giustizia.
Il diritto umanitario traduce questa esigenza in obblighi concreti: proteggere i civili, curare i feriti, trattare con umanità le persone detenute. Questi obblighi vincolano ciascuna parte anche quando l’avversario viola le regole. Le Convenzioni di Ginevra affermano così un principio essenziale: neppure la guerra cancella i doveri verso la persona.
Nella vita quotidiana, questo significa che un bambino continua ad avere diritto alla protezione anche quando nasce dalla parte che consideriamo nemica. Chi è ferito ha bisogno di essere curato. Chi è nelle nostre mani rimane una persona, e della sua dignità siamo responsabili. La vulnerabilità di qualcuno ci obbliga, proprio perché ci consegna un potere sulla sua vita.
Il limite comincia nel momento in cui il potere incontra una persona e scopre di non poter disporre di lei. È una questione che attraversa anche la vita delle istituzioni, l’economia, le relazioni sociali. Avere la possibilità di compiere una scelta non basta a fondarne la legittimità.
Chi esercita un’autorità deve poter rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Deve accettare che qualcuno le esamini, le contesti, chieda di correggerle. Comprendo questa esigenza anche a partire dalla mia responsabilità nella Chiesa. Durante questa guerra, alcuni nostri cattolici di lingua ebraica hanno espresso la difficoltà di sentirsi ascoltati dalla propria comunità ecclesiale. È una constatazione che mi interpella personalmente. Posso essere convinto di avere pronunciato una parola giusta e scoprire che qualcuno affidato alla mia cura non vi ha riconosciuto attenzione alla propria sofferenza. La mia responsabilità mi chiede di prendere sul serio quella voce, ascoltare meglio e interrogare anche il mio modo di essere pastore. Il limite riguarda dunque anche la pretesa che il nostro sguardo sia sufficiente a comprendere la vita degli altri.
Il limite al potere protegge la libertà delle persone. Non chiede a chi subisce un’ingiustizia di rassegnarsi; al contrario, deve garantirgli la possibilità di reagire, rivendicare i propri diritti e ottenere un cambiamento.
Una giustizia credibile per tutti
Qui emerge il compito delle istituzioni. La protezione della persona deve avere una consistenza più stabile della buona volontà di chi, in un determinato momento, dispone del potere. Deve poter essere chiesta anche da chi è scomodo, da chi non ha relazioni influenti, da chi appartiene a una minoranza. L’esperienza delle comunità cristiane del Medio Oriente ci rende particolarmente sensibili a questa esigenza.
Il valore umano della giustizia si comprende anche così: una persona può far valere le proprie ragioni senza dover prima dimostrare di essere forte. Può rivolgersi a un’istituzione nella fiducia che la sua domanda sarà esaminata per ciò che è. Questa fiducia è un bene pubblico prezioso. Il suo venir meno indebolisce il senso di appartenenza a un ordinamento comune e alimenta la ricerca di protezione esclusivamente nella propria parte.
La credibilità del diritto dipende dalla coerenza e dall’imparzialità con cui i suoi principi trovano applicazione. Se la stessa violazione viene giudicata diversamente a seconda dell’identità dell’autore o della vittima, si incrinano sia la fiducia nella giustizia sia il carattere universale dei diritti. Il richiamo ai principi appare allora subordinato agli interessi del momento più che alla loro effettiva validità. Questa impressione alimenta una diffidenza che rischia di indebolire anche l’opera di quanti lavorano con convinzione e responsabilità per la tutela dei diritti. In Terra Santa tale questione non è teorica: interpella direttamente le nostre istituzioni civili e religiose.
Ne sperimentiamo ogni giorno le conseguenze. Abbiamo pronunciato molte volte parole come pace e giustizia, mentre tante persone continuavano a vivere senza protezione. Comprendo chi domanda a che cosa servano quelle parole. La risposta richiede decisioni e impegni mantenuti. La difesa del diritto diventa credibile quando comporta un costo anche per chi lo invoca.
Riconoscere l’uguale dignità di ogni persona esige un giudizio preciso sulle azioni compiute e sulle responsabilità di chi le ha decise. Le responsabilità individuali e quelle degli Stati devono essere accertate, senza attribuire indiscriminatamente una colpa a un intero popolo. Ciascuno deve rispondere di ciò che ha fatto. Quando l’appartenenza prende il posto dell’accertamento dei fatti, la giustizia comincia a dissolversi.
So bene che il diritto incontra ostacoli e che le istituzioni dispongono di strumenti limitati. Lo sguardo di chi vive dentro un conflitto può diventare severo davanti alla loro impotenza. Ma proprio la sproporzione tra la forza di chi agisce e la debolezza di chi subisce rende ancora più necessario difendere uno spazio di giudizio che non appartenga al più forte. Rinunciarvi lascerebbe chi è vulnerabile ancora più solo.
Proteggere la possibilità del dopo
C’è poi una responsabilità che riguarda ciò che avverrà quando le armi taceranno. Ogni guerra decide due volte: sul presente dello scontro e sul futuro della convivenza. Ogni umiliazione inflitta, ogni sofferenza ignorata può lasciare nella memoria di una famiglia qualcosa che continuerà a operare per molto tempo.
In Terra Santa israeliani e palestinesi avranno bisogno di un futuro nella stessa terra. Questo dato obbliga a guardare oltre il risultato immediato di uno scontro. La sicurezza di un popolo e la libertà dell’altro devono trovare posto in una prospettiva che li comprenda entrambi. Una soluzione che lasci una parte senza dignità e senza possibilità di vita porta già dentro di sé le ragioni di una nuova crisi.
Una pace costruita al prezzo dell’ingiustizia non chiude il conflitto: ne rinvia soltanto il ritorno. Chi ha perduto una persona cara, chi ha subito violenza o è stato privato della propria casa deve poter chiedere verità e riconoscimento. La ricerca di un accordo deve prendere sul serio queste domande. Alle vittime non si può chiedere di tacere il proprio dolore per rendere più semplice il lavoro degli altri.
Nello stesso tempo, occorre custodire la possibilità che una storia ferita abbia ancora un seguito diverso. È un lavoro che conosco attraverso la vita delle comunità. Richiede pazienza, rispetto dei tempi delle persone, presenza. Un insegnante che aiuta un ragazzo a comprendere ciò che ha vissuto senza educarlo all’odio partecipa a questo lavoro. Lo compie anche chi mantiene un rapporto con una persona appartenente a una comunità diversa, accettando la fatica e talvolta l’incomprensione che questo comporta.
Le nostre scuole e le nostre opere di assistenza, aperte a persone di fedi diverse, cercano di custodire questa possibilità attraverso occasioni concrete di incontro: imparare, ricevere cure, affrontare insieme un bisogno. In questi luoghi, una persona può sperimentare l’attenzione di qualcuno appartenente a un’altra comunità e riconoscere, in tale esperienza, la possibilità di una fiducia che resiste anche quando il discorso pubblico sembra negarla.
È su questo terreno che l’impegno delle comunità si intreccia con la responsabilità delle istituzioni. La cura quotidiana risponde ai bisogni immediati; per diventare stabile ed efficace, però, richiede condizioni pubbliche che restituiscano alle persone autonomia e diritti. Sostenere una famiglia non significa soltanto aiutarla nell’emergenza, ma metterla nelle condizioni di tornare a lavorare, a muoversi e a partecipare pienamente alla vita sociale. L’assistenza affronta le conseguenze più urgenti della crisi; alla politica spetta intervenire sulle condizioni che la generano e la perpetuano.
La forza del limite riguarda perciò il futuro. Rispettare oggi la dignità di una persona significa lasciare aperta una possibilità di relazione per domani. Significa accettare che il futuro contenga anche le ragioni, le aspirazioni e la libertà di qualcuno che non possiamo governare a nostro piacimento.
Una responsabilità da condividere
La mia fede è all’origine del modo in cui guardo questa responsabilità. Mi chiede di riconoscere in ogni persona una dignità che precede il mio giudizio e di rispondere della vita che mi è affidata. Questa convinzione mi porta a collaborare con persone di altre fedi e con chi trova altrove le ragioni del proprio impegno. La cura dell’umano è un compito nel quale possiamo incontrarci senza rinunciare a ciò che siamo.
Accolgo, perciò, il vostro riconoscimento dentro questo impegno condiviso. Il vostro premio rende più visibile una voce, e proprio per questo la rende più responsabile. Mi auguro che l’attenzione rivolta oggi alla mia persona possa tradursi in un’attenzione durevole alle comunità della Terra Santa e a quanti continuano a lavorare perché nessuno sia abbandonato alla propria debolezza.
Da Gerusalemme porto una convinzione maturata nel dolore. In questi anni ho visto molte persone perdere quasi tutto e continuare tuttavia a cercare una strada per vivere insieme. Per questo credo che il futuro non appartenga a chi accumula più forza, ma a chi sa porle un limite. Chiedere all’avversario di fermarsi è necessario; più difficile, e più decisivo, è accettare che i principi nei quali crediamo vincolino anche noi, soprattutto quando rispettarli comporta la rinuncia a un vantaggio immediato.
È questo, in definitiva, il compito che vorrei affidare al nostro incontro: fare della dignità umana non una promessa rinviata alla fine della guerra, ma il criterio che orienta le decisioni mentre la guerra è ancora in corso. La giustizia rivela il suo valore più autentico quando riesce a proteggere anche chi non ha altra forza che il proprio diritto.
Con questo auspicio, vi ringrazio per questo riconoscimento e per l’attenzione che vorrete continuare a rivolgere alle comunità della Terra Santa. Grazie.
